Debiti, sei Comuni su dieci in Sicilia non rispettano le norme sulla trasparenza

Debiti, sei Comuni su dieci in Sicilia non rispettano le norme sulla trasparenza
10 giugno 2015

In Sicilia sei comuni su dieci non rispettano le norme sulla trasparenza e non rendono noto l’Indicatore di tempestività dei pagamenti (Itp), ossia l’indice ufficiale e, soprattutto, omogeneo che gli enti locali sono obbligati a pubblicare nella sezione “Amministrazione trasparente”. In particolare, il 59 per cento dei comuni, ossia 232 su 390, non pubblica i dati. E anche quelli più “virtuosi” che rispettano la normativa sulla trasparenza, pagano comunque le imprese con una media che oscilla tra i 91 e i 360 giorni, contro i 30 previsti per legge, rischiando di far scattare tagli alla spesa per beni e servizi e blocco delle assunzioni. Ma tant’è.

È quanto emerge da un’analisi elaborata dal Centro studi di Confindustria Sicilia che, partendo dal decreto legislativo n.33 del 2013 (art.33) che obbliga i comuni a pubblicare la media dei giorni di ritardo dei loro pagamenti di servizi e forniture, ha rilevato la situazione degli enti locali siciliani al 31 dicembre 2014.

In particolare, dallo studio emerge che, nonostante l’obbligo di legge, il 59% dei comuni dell’isola non pubblica il dato sul proprio sito istituzionale. Del restante 41%, solo il 37% adempie ai pagamenti entro i 30 giorni previsti dalla normativa, mentre il 39% si prende da 31 a 90 giorni; il 22% paga con un ritardo compreso tra i 91 giorni e i 360 e il 2% supera addirittura i 360 giorni. L’analisi denota, inoltre, come i Comuni di piccole dimensioni presentino le maggiori carenze in termini di trasparenza. Non a caso le ultime due fasce dimensionali (comuni con abitanti compresi tra i 1.500 e i 3.000 e comuni con abitanti compresi tra 222 e 1.500 abitanti) presentano la maggiore carenza nella pubblicazione dell’Itp, rispettivamente il 73,3% e il 69,2%.

“Fra le diverse motivazioni dei ritardi nei pagamenti – si legge nello studio – rientra la bassa capacità di riscossione dei comuni siciliani e il fatto che in Sicilia nel 2013 il 55% (già in miglioramento rispetto al 46% del 2012) delle entrate correnti degli enti locali deriva da entrate tributarie. Il resto riguarda entrate da trasferimenti (35% contro il 46% del 2012) e da altre entrate (10% contro il 12 del 2012)”. Una situazione che si scarica, inevitabilmente, sui fornitori di beni e servizi privati. Tra l’altro, aggiunge l’analisi, “nel 2013 la velocità di riscossione in Sicilia delle entrate correnti è stata pari al 61%, contro una media italiana del 72%”. I comuni, quindi, che in molti casi sono veloci nel contrarre debiti (che non pagano alle imprese), poi non si preoccupano di recuperare i propri crediti.

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“Un fatto è certo – commenta Confindustria Sicilia –: è ancora alta la percentuale di crediti non riscossi da parte delle imprese che, nelle more, continuano a erogare servizi alle amministrazioni inadempienti. E la situazione è favorita, senza ombra di dubbio, dalla mancanza di trasparenza. È bene ricordare, però, che non dichiarare i propri debiti, nonostante gli ingenti aiuti economici messi a disposizione dallo Stato, significa far morire le imprese portandole al fallimento: per poter cedere i propri crediti, infatti, è necessario che l’impresa si faccia certificare il credito dalla pubblica amministrazione debitrice, e poi se lo faccia anticipare dalle banche, le quali a loro volta potranno riscuoterlo dall’ente o comunque avvalersi della garanzia statale. È auspicabile, pertanto, che segretari e revisori dei Comuni aiutino il sistema a far applicare la legge e quindi a far pubblicare l’Itp, assicurare che i servizi dei comuni rilascino le certificazioni e, nei casi di inadempienza, che adottino le ormai inevitabili azioni in capo a quanti vengono meno agli obblighi di legge che caratterizzano la trasparenza nel rapporto tra Comuni e imprese”.



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