Ecco la mafia dello Stretto che fa da ponte tra Sicilia e Calabria

Ecco la mafia dello Stretto che fa da ponte tra Sicilia e Calabria
7 luglio 2017

 

Una “entità” criminale partorita da Cosa nostra catanese, suggellata dai forti legami familiari con Nitto Santapaola ma distante dalle bande armate e radicata all’interno dell’economia messinese con agganci in ogni settore della società che conta. Per la prima volta si certifica una mafia dello Stretto che fa da ponte tra Sicilia e Calabria con una pericolosa capacità da una parte di fare rete e dall’altra di insinuarsi negli ambienti che gestiscono potere, a più livelli.

Il generale del Ros Giuseppe Governale parla di un collegamento tra le cosche delle due sponde accomunati in questo momento da una stessa strategia, concentrata sugli affari. Quella che gli investigatori hanno portato alla luce nella città dello Stretto è una cellula mafiosa con una sua autonomia, una sua connotazione, sovraordinata alle bande armate presenti a Messina, i cui esponenti, ogni qualvolta che vi si imbattono, fanno un passo indietro, come ha specificato il procuratore aggiunto Sebastiano Ardita.

Siamo davanti ad una organizzazione ancorata alle tradizioni mafiose ma, al tempo stesso, moderna e capace di agire in maniera quasi silente, limitando al massimo il ricorso ai tradizionali “reati di visibilità”, tipici dell’associazione mafiosa e di proiettare i propri interessi in diversi settori dell’imprenditoria. Il tutto grazie ad una non comune capacità di interlocuzione con ambienti istituzionali, in un percorso trasversale in cui il ricorso alla violenza è rimasto sullo sfondo, limitato ai momenti di particolare criticità e nei rapporti con i clan di quartiere.

L’analisi fatta dagli inquirenti per illustrare l’operazione Beta è inquietante anche per le connivenze emerse persino in Procura e tra le forze dell’ordine, da dove carpire notizie su eventuali indagini in corso Non mancano poi i nomi eccellenti dell’imprenditoria e di professionisti nelle 30 ordinanze di custodia cautelari, di cui 28 eseguite dai Carabinieri del Ros e del comando provinciale, ed emesse dal Gip del Tribunale di Messina Salvatore Mastroeni su richiesta dei magistrati della Dda Sebastiano Ardita, Liliana Todaro, Maria Pellegrino e Antonio Carchietti.

Si cercano all’estero i due sfuggiti all’arresto e tra questi Carlo Borella, ex presidente dell’Ance Messina.

Le indagini, avviate nel 2013, hanno consentito di avere dei riscontri alle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. Tra gli innumerevoli reati contestati insieme all’associazione mafiosa e il concorso esterno in associazione mafiosa c’è l’ estorsione, la corruzione, il trasferimento fraudolento di valori, turbata libertà degli incanti, esercizio abusivo dell’attività di giochi e scommesse, riciclaggio.

Il ruolo di vertice secondo gli investigatori sarebbe stato rivestito da Vincenzo Romeo, figlio di Concetta Santapaola, sorella del boss Nitto, sotto la supervisione del padre, Francesco, e con la collaborazione dei fratelli, Pasquale, Benedetto, Antonio e Maurizio. Gli interessi del gruppo erano di diverso genere a partire dai centri scommesse e la distribuzione di macchinette video-poker attraverso le società “Start srl”, “Win play soc.coop.” e “Bet srl”.

Vincenzo Romeo aveva influenza anche sulla Primal s.r.l., titolare di una concessione con diritti su 24 sale e 71 corner e poi c’era l’organizzazione di corse clandestine di cavalli. L’organizzazione messinese lucrava inoltre sugli appalti nel settore immobiliare ed edile – e non attraverso la richiesta del pizzo ma con una gestione attraverso investimenti da difendere, se era il caso ,anche dalle pretese della ndrangheta come nel caso dei lavori eseguiti in Calabria dalla Demoter spa di Carlo Borella e dalla Cubo spa.

Gli appalti pubblici costituivano una grossa fetta degli  interessi del gruppo mafioso e l’influenza si concretizzava tramite l’imposizione di forniture e manodopera. Un episodio in particolare ha messo in luce le ingerenze nella procedura di acquisto di immobili, da adibire ad alloggi popolari, deliberato dalla Giunta comunale per il risanamento di “Fondo Fucile”.

Qui è emerso il rapporto collusivo con alcuni componenti degli uffici comunali, funzionale all’aggiudicazione dell’appalto, al quale non si è data esecuzione però per rinuncia degli stessi indagati. Un ruolo in questa vicenda l’avrebbe avuto l’ingegnere Raffaele Cucinotta, tra gli indagati per corruzione, quando era impiegato all’Urbanistica. Di concorso esterno in associazione mafiosa deve rispondere l’avvocato Andrea Lo Castro, “che avrebbe messo a disposizione del sodalizio le proprie competenze professionali per consentire il riciclaggio di denaro proveniente da reati, la falsa intestazione di beni e l’elaborazione di strategie per la sottrazione, in frode ai creditori, della garanzia patrimoniale sulle obbligazioni, prestandosi in prima persona anche a fungere da prestanome per l’intestazione di beni”.



Commenti

La colonna infame