Franco La Torre: "Libera al suo interno non accetta il confronto, soffre di paternalismo"

Franco La Torre, storico, figlio di Pio La Torre. Lei ha lasciato in maniera polemica Libera, l’associazione di Don Ciotti, dove ricopriva importanti incarichi. 

E’ per una vicenda dolorosa e grave.

Perché?

Perché riguarda la vita di un’associazione, Libera,  alla quale sono profondamente legato e alla quale voglio ancora molto bene.  In questi giorni sto ricevendo da tante persone di tutta Italia appartenenti a Libera dei messaggi di solidarietà: un’associazione che al suo interno non accetta il confronto manifesta delle difficoltà, che possono inficiare la sua azione. Libera grazie al lavoro straordinario di Don Luigi e di migliaia di attivisti è cresciuta enormemente, e deve assumere all’interno del suo Dna associativo il confronto come uno degli strumenti utili alla definizione di strategie e alla formazione e selezione della classe dirigente.

Il limite di Libera è oggi la sua classe dirigente. Non si riesce a selezionarla. E come si fa?

Non è che ci sono tanti mezzi. La formazione di una classe dirigente avviene tramite due percorsi: uno è quello della pratica, del lavoro sul campo, del presidio; un altro, in parallelo, è quello della formazione, della preparazione, che significa anche discussione e confronto. In tutte le organizzazioni democratiche funziona così.

Libera oggi è un organismo democratico?

Ha, nella sua conduzione, dei tratti di paternalismo. A vari livelli. Ma d’altronde, fa parte anche della sua storia. Libera nasce come coordinamento, come associazione di associazioni. Nel frattempo, però, è cresciuta anche l’associazione in se, con migliaia di attivisti, centinaia di presidi nel territorio, referenti nei vari campi d’azione. C’è necessità adesso di fare sintesi. E di aggiornarsi. Perché il fenomeno che si vuole combattere, la mafia, è molto cambiato. Basti pensare all’operazione Mafia Capitale: non c’è alcun siciliano o un calabrese, un campano, coinvolto in quell’operazione; è una mafia con una sua unicità. Tutto questo richiede una capacità costante di aggiornamento sulla lettura del fenomeno.

La mafia cambia, l’antimafia è sempre un po’ ferma, nella sua impostazione.

Non è vero. Libera, quando ha voluto, ha saputo aggiornarsi. Penso alla nostra azione diindagine  fatta dopo il terremoto de L’Aquila, come un ottimo lavoro è stato fatto anche in Lombardia. Il fatto è che stentiamo a fare diventare queste buone prassi una pratica diffusa. E così succede che sei impegnato ad Ostia, a fare un lavoro straordinario sul territorio, e ti sfugge il dato complessivo di Mafia Capitale, perchè ti manca magari quell’intelligenza per capirlo.  Stessa cosa a Palermo. Io ho detto nel mio intervento in assemblea, circa lo scandalo della gestione dei beni confiscati e di Silvana Saguto: a Palermo tutti sapevano. E allora come mai se tutti sapevano non siamo stati in grado di accendere un riflettore?

Anche perchè Silvana Saguto ha detto: io le mie nomine le facevo anche con le indicazioni di Libera.

Per questa sua affermazione è stata querelata. Qualcun altro glieli dava i suggerimenti, ma noi, quando ci è stato chiesto, abbiamo risposto che non ci spettava.

Chi muove delle osservazioni su Libera viene spesso accusato di fare il gioco della mafia. 

A me non è mai successo. Io ho solo l’amarezza di questa mia storia intensa con Libera che finisce in malo modo. Ma senza rancore… Certo, qualcun altro licenziato come me con un sms potrebbe portare rancore, ma non è il mio caso….