Costantino Visconti: "Vi spiego perché non è vero che la mafia è dappertutto"

“La Mafia è dappertutto. Falso!” è il libro di Costantino Visconti, professore ordinario di Diritto Penale all’Università di Palermo, che vuole cercare di sovvertire uno dei luoghi comuni più grandi, quello per cui la mafia sia dappertutto, forse il più duro da sfatare, anche tra i più impopolari, perché chi si mette contro una certa retorica dell’antimafia di solito subisce un vero e proprio assalto. Visconti c’è stato un tempo in cui tutti negavano l’esistenza della mafia, oggi viviamo un tempo paradossale in cui tutti vedono mafia dappertutto, no?

Sì, un po’ paradossale , un po’ doloroso per certi aspetti. Se c’è un movente principale in questa mia piccola impresa è quello di dire ai miei figli e alle nuove generazioni che in questi venti anni abbiamo lavorato bene, tra luci e ombre certamente, ma abbiamo inferto colpi mortali contro la mafia, impensabili soltanto trenta o quaranta anni fa. Ripetere, oggi, ossessivamente la mafia è dappertutto rischia di far passare tra le notiziole di poco conto questi successi che invece sono stati ottenuti, tra l’altro con prezzi altissimi, che sappiamo tutti, con i nostri martiri. La mafia c’è, certamente, ma non solo non è dappertutto, è ben annidata e ben nascosta, bisogna saperla riconoscere, a seconda se sei a Milano, a Palermo o a Reggio Calabria. E quindi ci vuole intelligenza, non ci vuole caciara e non ci vuole fanatismo per saperlo fare.


Visconti, nel suo libro parla di Mafia Capitale, che è uno spaccato importante del Paese, ma lei dice, c’è una forma di criminalità organizzata a Roma, ma da qua ad ipotizzare lo scioglimento del Comune di Roma per mafia ce ne vuole.

Quello è uno dei fenomeni che vanno contrastati. Lì c’è stata una indagine piuttosto robusta e intelligente – vedremo poi nel processo cosa accadrà -, che ha scorto nello scenario criminale romano l’operare di una organizzazione ben strutturata con una bella tradizione, capace di interagire soprattutto con la pubblica amministrazione. Da qui però a far scattare una serie di automatismi, per cui, se scopri in una città, tra l’altro non una città ma la Città, Roma, un’organizzazione mafiosa e devi sciogliere il consiglio comunale; ecco quella è una di quelle stupidaggini che fanno parte dell’arsenale del fanatismo, spesso anche un po’ interessato, perché più si parla di antimafia e meno si parla di politica e di responsabilità della politica. Lì, confondere una responsabilità penale precisa per il 416 bis con i disastri di Roma, francamente ce ne corre.

Visconti, tra le tantissime cose che racconta in questo libro, dice, non vi dovete mai fidare delle prime battute di un’indagine per azzardare giudizi irrevocabili su uomini e cose, perché la realtà spesso è più complicata di come appare. Fa molto riflettere questa cosa anche alla luce delle motivazioni della sentenza su Mannino, nel processo con l’abbreviato della cosiddetta trattativa. E proprio il suo maestro Giovanni Fiandaca ancora una volta dice che prima o poi bisogna risolvere il corto circuito tra giustizia e informazione antimafia.

Io più che corto circuito lo definirei una sinergia molto efficace. Non è un corto circuito. Lo è per il processo penale. Perché se costruisci un’indagine, ne discuti sui giornali e in televisione in modo unilaterale senza aver formulato un capo d’imputazione, senza neanche essere entrato in aula, è chiaro che il corto circuito è nel processo penale. Mentre invece c’è una sinergia straordinaria tra le ipotesi, perché non dobbiamo mai dimenticare che i pubblici ministeri hanno il dovere di formulare ipotesi e di raccogliere prove. Poi c’è un giudice terzo e non solo quello, perché c’è un primo grado, c’è un secondo grado e la cassazione. Qui c’è un problema di fondo del nostro Paese. Adesso si discute di referendum, ci sono gli amanti della Costituzione che la difendono a spada tratta così com’è. Ci sono i riformisti, chiamiamoli così, che la vogliono cambiare, però in questa passione per la Costituzione, io non vedo mai la passione per alcuni articoli della Costituzione: la presunzione d’innocenza; il principio di rieducazione; il principio di legalità penale; la riservatezza delle comunicazioni private. Tutto questo nel nostro paese è secondario. Noi abbiamo tanti amanti della Costituzione ma a corrente alternata, un po’ smemorati. Ecco, la questione dei processi in rapporto con l’informazione è un pugno allo stomaco di tutti i principi sacri della Costituzione.