La Mappa Perduta di San Patrignano: l’orrore di SanPa prima di Netflix

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  • La verità già scritta e documentata su San Patrignano in La Mappa Perduta
  • Le vicende riemerse grazie al documentario hanno coinvolto tre suicidi legati alla comunità, oltre che l’omicidio del palermitano Roberto Maranzano. Ma su La Mappa Perduta – questo il nome del contenitore di documenti e informazioni su “SanPa” – vengono denunciate anche altre morti. 

La docu-serie sulle vicende di San Patrignano c’era già, ma nessuno ne parlava. Si chiama “La Mappa Perduta”, ed è un sito internet nel quale trova voce la verità di chi è vissuto e ha sofferto nella comunità romagnola e non solo, da Giuseppe Maranzano (figlio di Roberto) a giornalisti che si occuparono delle cronache intorno alla famosa comunità.

Dalla crisi della droga alla comunità di San Patrignano: il racconto su La Mappa Perduta

“Verrà un giorno in cui si guarderà ai metodi di San Patrignano in nome dell’educazione come oggi si guarda ai roghi in nome della religione”. Così recita la pagina principale de La Mappa Perduta. Ancora dubbi? Poco prima l’invito: “Chiedilo a loro”, con i link alle storie di Roberto Maranzano (ucciso nella comunità), Gabriele Di Paola, Natalia Berla e Fioralba Petrucci (suicidi).

Italia, fine anni Settanta. Anni di piombo ed eroina. Mentre i conflitti politici interni diventano sempre più tesi, i giovani vivono una crisi generazionale. E cambia anche il mondo della droga. Niente più hippie che vanno in Olanda a comprare la marijuana e rivenderla in Italia, ma nuove personalità. “Ci siamo ritrovati con questa gente strana”, spiega Walter Delogu – ex autista e guardia del corpo di Vincenzo Muccioli – per la docu-serie Netflix, “con delle alfette enormi, capelli corti, la giacca. Vedevano che cercavamo qualcosa per sballarci e ci chiamavano”. Poi la vendita della droga, e invece di dare il resto una “caccola”, una dose di eroina. Come un campione per provare un nuovo prodotto: così nasceva la dipendenza.

Esplode un caso nazionale. Sempre più giovani si avvicinano all’eroina, e lo Stato dà l’impressione di non essere in grado di reagire alla cosa. I medici utilizzano la terapia del metadone. In tutto il Paese spuntano comunità di vario genere che hanno l’obiettivo di combattere il problema. Tra queste una laica, quella di Vincenzo Muccioli, figlio della borghesia agraria romagnola, entrato in possesso grazie ai suoceri di un podere a Coriano.

Vincenzo Muccioli: santone, eroe… ma sopra le righe

“Sono convinta che mio marito sia stato plagiato dal Muccioli e che costui l’abbia messo contro di me”. Parola di Maria Teresa Tusino, che nel ’78 aveva denunciato il marito Giulio Canini per averla picchiata per non aver voluto mandare il figlio in comunità con lui. Vincenzo Muccioli aveva creato la comunità a partire da una congregazione di suoi “discepoli”. Già allora il “santone” si faceva vedere pieno di tagli e ferite, affermando di avere le stimmate.

Giulio Canini – membro del “Cenacolo” di collaboratori stretti di Muccioli e suo fedelissimo – sarebbe morto otto anni dopo, suicida. Su “La Mappa Perduta” una frase, che forse è più una domanda: “Giulio Canini è forse il primo suicida per cause non del tutto mai chiarite e sembra avesse lasciato un diario che non è mai stato ritrovato”. Era stato condannato a 16 mesi di detenzione dopo il “processo delle catene”, secondo il quale lui sarebbe stato il “sovrintendente delle catene” di chi non rispettava le regole e veniva segregato

Dopo la condanna, aveva lasciato la comunità. Così scriveva La Repubblica sul suo suicidio: “Cosa sia maturato in questo anno di lontananza da San Patrignano, nessuno lo sa o, almeno, al momento, nessuno vuol dire”.

Vincenzo Muccioli appare a tratti come un santone, un eroe. “Quando esci dopo 46 giorni così chi ti tira fuori, può essere Kappler oppure Himmler, lo abbracci e lo vedi come un salvatore”, spiegava Antonia Basilini, figlia del politico Antonio, che era stata rinchiusa in una piccionaia. “San Patrignano è un regime assoluto, gestisce totalmente la tua vita; il discorso terapeutico è basato sulla violenza”.

L’altra faccia della medaglia, dunque, è quella del Muccioli completamente diverso. Tre anni dopo il suicidio di Canini sarebbe iniziata la scia di morti che portò alla grande crisi della comunità di San Patrignano.

“C’era qualcosa di strano”: l’omicidio del palermitano Roberto Maranzano

Era il 9 maggio 1989 quando un contadino trovò il corpo di Roberto Maranzano, allora 36enne, a Terzigno, nel napoletano. L’uomo era avvolto in una coperta della comunità di San Patrignano, ed era stato palesemente picchiato e ucciso. Muccioli fin da subito disse che Maranzano era scappato una settimana prima, e che probabilmente la morte era stata causata da uno scambio di droga finito male.

Ma c’era qualcosa di strano. “Papà è sempre stato un tipo molto tranquillo. Nonostante facesse uso di eroina lui aveva sempre continuato a lavorare” ha spiegato Giuseppe Maranzano a PalermoToday. “Quando ha capito che non poteva continuare a fare una vita normale ha deciso di disintossicarsi perché amava veramente tanto i suoi figli. Entrò in comunità nel 1988. L’anno dopo scappò. Poi ricevemmo quella tragica telefonata”.

Le indagini iniziarono soltanto quattro anni dopo, con la confessione del “pentito” Franco Grizzardi. Il processo, andato avanti per anni, si è concluso con i principali autori del crimine, Alfio Russo e Giuseppe Lupo, condannati e scarcerati il giorno dopo. Russo aveva fatto istanza di grazia, Lupo richiesta di scarcerazione basata sul fatto che, dopo tanti anni, era ormai completamente un’altra persona. Vincenzo Muccioli era morto nel 1995 per cause incerte, forse di epatite C, forse di AIDS.

Gli altri morti: il palermitano Gabriele Di Paola, Natalia Berla, Fioralba Petrucci e il mistero di Leonardo Biagiotti

Gabriele Di Paola, palermitano di 22 anni, muore nel 1989 dopo essersi gettato da una finestra, sotto “gli occhi atterriti dei suoi compagni di stanza”. In quei giorni si stava tenendo un convegno su quali fossero le migliori terapie per trattare le tossicodipendenze. “Nessuno si è chiesto chi fossero e che ruolo avessero i due compagni di stanza ‘atterriti’ dal suicidio di Gabriele”, scrivono su La Mappa Perduta, “Noi invece ce lo chiediamo ancora”.

Il dramma è seguito da quello di Natalia Berla, “volata fuori da una finestrella che solo un acrobata avrebbe potuto attraversare agevolmente”. Anche lei suicida, secondo le cronache. Ma da mesi pare fosse rinchiusa e perseguitata dalle sue amiche “su ordine di Vincenzo Muccioli”.

Quattro anni dopo, il suicidio di Fioralba Petrucci. “Fioralba non voleva tornare a San Patrignano, era venuta da noi per rivedere il figlio – aveva raccontato la madre secondo quanto riportato da Repubblica nel 1994 – Mi ha confidato di un omicidio avvenuto a Sanpa. Voleva rimanere qui, nel suo paese. Quando la sono venuti a prendere per riportarla a Rimini si è barricata in bagno. Ma in due hanno sfondato la porta, ho sentito urla e pianti. L’ho vista uscire avvolta in una coperta. Il giorno dopo mi hanno detto che si era buttata dalla finestra”.

Leonardo Biagiotti, invece, era stato trovato incatenato durante l’irruzione dei poliziotti nella comunità che aveva condotto al “processo delle catene”. Insieme a lui altri tre, che avrebbero deposto qualche giorno dopo. Lui, però, è stato trovato dopo essere “caduto misteriosamente dal treno” sul quale viaggiava verso Milano.

La “merda” di San Patrignano e le altre comunità “macchiate” secondo La Mappa Perduta

“E va bene con la teoria dello schiaffo come simbolo della liberazione dalla schiavitù della droga – disse il Pm Roberto Sapio durante l’interrogatorio di Vincenzo Muccioli al processo delle catene – Ma la merda, signor Muccioli, la merda, le coperte sudicie, il freddo, le percosse, che cosa stavano a simboleggiare?”

SanPa, anche dopo la diffusione della docu-serie Netflix, resta un caso discusso e controverso. Più di tutto, sembra sempre più chiaro che molto di quel capitolo della storia nazionale sia tutt’oggi avvolto nel mistero. Solo negli ultimi anni si è scoperto il caso dei “diplomi facili” che 70-80 ex tossicodipendenti “semi-analfabeti” avrebbero ricevuto in 6 mesi. Opera del figlio di Vincenzo Muccioli, Andrea, che avrebbe voluto far loro seguire un corso regionale di operatore di comunità finanziato dalla Regione per il quale era necessario il diploma.

Oppure i dettagli sulle sperimentazioni umane portate avanti da Muccioli. Un giorno, su consiglio di una sorta di “scienziato pazzo”, “ci presentò il “Beverone”, una bevanda, sostenne, in grado di aiutare i sieropositivi nella loro cura – racconta un testimone su La Mappa Perduta – Il risultato, da lì a qualche settimana, fu catastrofico”. Si trattava infatti di un frullato di carni bianche “di difficile assimilazione, costringendo il fegato – già compromesso a causa dei mille problemi legati alla tossicodipendenza (epatiti, etc.) – a un “superlavoro” che finiva per compromettere la salute generale dell’individuo”.

Ma non solo San Patrignano: su La Mappa Perduta sono raccontate storie di altre comunità per tossicodipendenti guidate da personalità controverse. Tra queste quella della Comunità Incontro di don Pierino Gelmini il quale, oltre ad essere pregiudicato, pare si fosse macchiato di molestie sessuali nei confronti dei ragazzi del suo centro. 

San Patrignano oggi: un nuovo volto

La comunità San Patrignano si dissocia completamente dalla docu-serie messa in onda da Netflix”. Così recita il comunicato stampa pubblicato sul sito ufficiale del centro di riabilitazione. E continua: “Il racconto che emerge è sommario e parziale, con una narrazione che si focalizza in prevalenza sulle testimonianze di detrattori, per di più, qualcuno con trascorsi di tipo giudiziario in cause civili e penali conclusesi con sentenze favorevoli alla Comunità stessa, senza che venga evidenziata allo spettatore in modo chiaro la natura di codeste fonti”.

Oggi a San Patrignano vivono circa 1200 persone, con quasi 400 nuovi ospiti ogni anno. Ragazzi sempre più giovani, spesso che fanno uso di più di una sostanza. Prima tra tutte la cocaina. 

Vista dall’alto, oggi San Patrignano è tutta un’altra cosa. È diventata una cittadella moderna, ed anche il suo “aspetto ufficiale” sul sito Internet non ha nulla a che vedere coi racconti risalenti ai tempi della famiglia Muccioli.

Niente più Muccioli al comando, infatti. Il figlio di Vincenzo, Andrea, ha lasciato la gestione nel 2011. Da allora un comitato sociale e un CDA amministrano la comunità, mentre una fondazione presieduta da Carlo Clavarino supervisiona le attività. Resta molto influente la figura di Letizia Moratti, che da sempre è stata grande sponsor del centro (e di Muccioli).

Il percorso di recupero, che dura dai 3 anni e mezzo ai 4, oggi non si basa solo sul lavoro e la regolarità. Come ha spiegato Virginio Albertini, responsabile dell’accoglienza nella comunità, a Business Insider: “Quello che è cambiato è che adesso si dà importanza agli aspetti psicologici. Nel corso degli anni abbiamo capito che il tossicodipendente vive un disagio psicologico profondo, non solo una dipendenza. Quindi sempre più spesso i percorsi di comunità sono integrati con la psicoterapia. Una volta non era così”. In più, negli ultimi anni vi è stata un’apertura anche rispetto alle istituzioni: “Con i Sert ci siamo aperti a una conoscenza reciproca. E sono caduti i pregiudizi ideologici”, ha spiegato Albertini.

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