Coronavirus, ecco come le mafie si stanno impadronendo della sanità

Sono 3.000 i fascicoli di indagine aperti in Italia con il codice Covid-19. Ed è il segno di un lavoro di indagine che va avanti perché, in questo contesto, mafie e malaffare stanno provando a prendersi la sanità e non solo. Lo si può leggere in un recente rapporto pubblicato da Libera, l’associazione contro le mafie fondata da don Luigi Ciotti sulla base di numerosi documenti degli investigatori e degli organi di monitoraggio del nostro Paese.  La questione è chiara: “in uno scenario di medio-lungo periodo che ha un certo grado di prevedibilità, l’infezione sanitaria del Coronavirus affiancherà l’infezione finanziaria mafiosa”.

L’ultima relazione della Dia, per esempio, sottolinea che “le mafie, specie la ‘ndrangheta, vorranno rendere ancora più incisivo il loro ruolo di player affidabili anche su scala globale. L’economia internazionale avrà bisogno di liquidità e in questo anche le cosche andranno a confrontarsi con i mercati, bisognosi di consistenti iniezioni finanziarie”. Nell’ultima relazione della Dia si sottolinea ancora che “la massiccia immissione sul mercato di dispositivi sanitari e di protezione individuale, in molti casi considerati ‘infetti’ dopo l’utilizzo in ambienti a rischio, pone un problema di smaltimento di rifiuti speciali, settore notoriamente d’interesse della criminalità organizzata”. “Sono prevedibili, pertanto, importanti investimenti criminali nelle società operanti nel ciclo della sanità– ribadiscono gli investigatori della Dia – siano esse coinvolte nella produzione di dispositivi medici (mascherine, respiratori), nella distribuzione (a partire dalle farmacie, in più occasioni cadute nelle mire delle cosche), nella sanificazione ambientale e nello smaltimento dei rifiuti speciali, prodotti in maniera più consistente a seguito dell’emergenza. Non va, infine, trascurato il fenomeno della contraffazione dei prodotti sanitari e dei farmaci”.

Non mancano, del resto, esempi di quanta e quale sia la forza finanziaria delle mafie: all’inizio di aprile un camion con circa mezzo milione di euro in contanti è stato fermato dalla polizia alla frontiera. Arrivava da un Paese dell’Est Europa ed era guidato da alcuni cittadini calabresi legati alle ‘ndrine.

La ‘ndrangheta ha fiutato il business e non lo molla

Soprattutto la ‘ndrangheta dunque è pronta a guadagnare dall’emergenza coronavirus. Non solo dal business delle mascherine ma anche dal traffico illecito dei rifiuti sanitari. Lo dice il procuratore aggiunto Alessandra Dolci, capo della Direzione distrettuale antimafia di Milano: «Stiamo monitorando un palese interesse all’approvvigionamento di presidi sanitari: mascherine, guanti e abbigliamento protettivo. I nostri indagati vedono un affare vantaggioso, la fibrillazione è tanta. Ma è presto per dire che siano in grado di commercializzare grossi stock. Posso dire che la criminalità è alla ricerca di società già in possesso di autorizzazioni al trattamento e stoccaggio di rifiuti da rilevare o in cui inserirsi, perché si tratta di una importante opportunità di guadagno». Anzi, parliamo della “intera industria sanitaria”. «La mafia è operativa nel settore, ha fiutato il business – dice Dolci -. E questo emerge da diverse indagini in corso ma, per il momento, non abbiamo effettuato sequestri di mascherine. Poi c’è anche il tema del loro smaltimento». Il riferimento è al traffico illecito di rifiuti perché «ora – dice il magistrato – abbiamo la necessità di smaltire enormi quantità di rifiuti sanitari. Si tratta di materiali pericolosi, che hanno come unica destinazione l’inceneritore. Vorrei che ci fosse una maggiore tracciabilità, perché da tempo la criminalità è interessata al settore».

Sanità, un settore fertile per corrotti, corruttori e mafie

Ed è dunque quasi scontato che le mafie siano interessate alla sanità. E’ uno dei settori più ricchi e più permeabili alla corruzione, secondo un recente dossier di Libera. In Italia negli ultimi tre anni il 13% degli episodi corruttivi hanno riguardato il settore della sanità, con casi che riguardano forniture di farmaci, apparecchiature mediche, strumenti medicali e servizi di pulizia. Nei primi sei mesi del 2019 sono stati segnalati 35 illeciti dai whistleblower, e riguardano nomine irregolari, malagestione di reparti ospedalieri o strutture distaccate, appalti irregolari, “malasanità”,false invalidità, ospedalizzazioni irregolari, favori elettorali in cambio di prestazioni mediche. Dall’inizio della pandemia al 17 novembre, secondo l’Autorità Nazionale AntiCorruzione (Anac), sono stati messi a bando per affrontare la crisi sanitaria Covid-19 oltre 14 miliardi. Sono soldi spesi per l’acquisto massiccio di servizi e forniture, dalle mascherine ai banchi di scuola, attraverso procedure straordinarie. A fronte di questi 14,13 miliardi, le stazioni appaltanti hanno comunicato soltanto importi aggiudicati per 5,55 miliardi di euro. Significa che per oltre il 60% non si sa nulla. Non si sa cioè se siano stati erogati o meno, in che forme, per farci che cosa. In poche parole, non se ne ha traccia, nonostante la normativa relativa alla trasparenza amministrativa.

I dati ufficiali ci dicono che nel 2019 in sanità sono stati spesi 114,5 miliardi, con una crescita di 900 milioni rispetto all’anno precedente. Diverse caratteristiche peculiari, alcune delle quali esclusive di questo settore, rendono la sanità un terreno particolarmente fertile per la corruzione, nonché un contesto di particolare interesse per la criminalità organizzata. Il dilagare dell’illegalità nella filiera sanitaria si alimenta quasi sempre anche grazie alla connivenza della cosiddetta “zona grigia”, fatta di colletti bianchi, funzionari e tecnici compiacenti, imprenditori e politici corrotti.

Cosa ci dicono i dati Anac

Il rapporto di Anac “La corruzione in Italia 2016-2019” denuncia che il settore più a rischio di corruzione nel campione di 152 casi considerati è quello dei lavori pubblici, che rappresenta il 40% degli episodi corruttivi; la sanità rappresenta il 13%, con casi che riguardano forniture di farmaci, apparecchiature mediche, strumenti medicali e servizi di pulizia. Si tratta di una corruzione che colpisce nell’11% dei casi le aziende sanitarie. Inoltre con la legge n.179/2017 sono state introdotte nuove tutele per i whistleblower, i soggetti che volontariamente segnalano un illecito, in particolare nel settore pubblico.

L’Anac, nei primi sei mesi del 2019, ne ha ricevute oltre 430, di cui l’8%, si riferisce al settore sanitario. Tra le tipologie di illeciti segnalati ce ne sono alcune ricorrenti: nomine irregolari, malagestione di reparti ospedalieri o strutture distaccate, appalti irregolari, “malasanità”, favori ai pazienti da parte dei medici, false invalidità, ospedalizzazioni irregolari, favori elettorali in cambio di prestazioni mediche. I dati di un’indagine conoscitiva condotta da Anac in relazione agli affidamenti di forniture di dispositivi di protezione nel periodo marzo-aprile 2020 che conferma a pieno la sussistenza di criticità, sprechi, inefficienze, evidenziando come: “gli affidamenti di forniture di mascherine abbiano presentato in circa un caso su due varie tipologie di criticità con particolare riferimento al mancato rispetto dei tempi di consegna segnalato per circa il 25% degli affidamenti.

Nel 5% dei casi si sono inoltre registrate negative verifiche del possesso dei requisiti da parte degli aggiudicatari. Le maggiori criticità si concentrano nel mancato rispetto dei tempi di consegna (32 su 52 segnalate), sulla qualità della fornitura (8 su 52), sulle quantità della fornitura (7 su 52) nonché sul mancato rispetto del possesso dei requisititi di partecipazione (5 su 52). Può l’emergenza giustificare la tolleranza diffusa da parte degli enti pubblici di “criticità” e irregolarità, brodo di coltura di frodi e pratiche corruttive, nelle forniture ad opera dei fornitori? Purtroppo la risposta è affermativa, secondo quanto rileva la stessa Autorità Anticorruzione: “A fronte di tale diffusa presenza di criticità si deve registrare soltanto in 7 casi su 311 il ricorso all’applicazione di penali o risoluzioni contrattuali ed un solo caso di segnalazione all’Anac di esclusione per mancato possesso dei requisiti ovvero per grave inadempimento”. 

Il calcolo è semplice, 7 casi di sanzioni su 311 di anomalie, pari al 2,2%; 1 caso di risoluzione del contratto su 311, pari allo 0,3%: ciò significa che nel 97,5% dei casi, pur in presenza di anomalie evidenti nelle caratteristiche o nella tempistica delle forniture da parte degli imprenditori, gli enti pubblici non sono stati in grado di rilevarle o le hanno ignorate. E anche sulla trasparenza- si legge nel rapporto di Libera – si evidenziano criticità. Dall’inizio della pandemia al 17 novembre , secondo i dati presenti sull’ampiezza sito dell’Anac, sono stati messi a bando per affrontare la crisi sanitaria COVID-19 oltre 14 miliardi di euro. Sono soldi spesi per l’acquisto massiccio di servizi e forniture, dalle mascherine ai banchi di scuola, attraverso procedure straordinarie. Gli stessi dati Anac ci informano però che a fronte di questi 14,13 miliardi, le stazioni appaltanti hanno comunicato soltanto importi aggiudicati per 5,55 miliardi di euro. Significa che per oltre il 60% non si sa nulla. Non si sa cioè se siano stati erogati o meno, in che forme, per farci che cosa. In poche parole, non se ne ha traccia, nonostante la normativa relativa alla trasparenza amministrativa e affidi alla cittadinanza la responsabilità del “controllo diffuso”. Controllo e compartecipazione che, senza dati, risulta impossibile. Al sito https://bandicovid.openpolis.it/ è possibile, cliccando sulle specifiche regioni, avere contezza del quadro costantemente aggiornato. Di seguito la situazione dei fondi suddivisa per regioni: sono solo due le regioni nelle quali si ha una conoscenza più diffusa della spesa (Emilia Romagna al 51% e Toscana al 54%), mentre tutte le altre hanno dati molto bassi, con il picco della Liguria (3%) e Sardegna (7%) seguiti da Puglia e Valle d’ Aosta (10%).

In questo contesto, alcuni imprenditori hanno seguito vie laterali per ottenere parte dei soldi stanziati dallo Stato. Alcuni esempi? L’azienda agricola Biocrea dell’imprenditore Alessandro Ieffi ha vinto un lotto da 15,8 milioni di euro di un appalto Consip, la centrale per gli acquisti della Pubblica amministrazione, ma non ha consegnato parte della merce nei tempi stabiliti. Non ha intascato nulla solo perché la procedura è stata bloccata in tempo: il titolare è finito sotto processo a Roma per turbativa d’asta e inadempimento di contratti di pubbliche forniture. La procura di Milano ha indagato su Andrea Dini, cognato del presidente della Lombardia Attilio Fontana: voleva vendere 75mila camici alla centrale di acquisti della Regione. Ora è accusato di turbativa d’asta e il governatore di frode in pubbliche forniture. Sempre in Lombardia è stata avviata un’indagine per turbativa d’asta e peculato sull’accordo tra il Policlinico San Matteo e l’azienda Diasorin per l’affidamento diretto della sperimentazione di test sierologici”.

Senza dimenticare, che anche le opere di ristrutturazione ed ampliamento delle Residenze Sanitarie per Anziani, che dovranno essere riorganizzate, con conseguenti appalti da assegnare e materiale sanitario da approvvigionare, potrebbero suscitare interesse da parte dei clan.

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