La notizia arriva in una sera di novembre, ma a Paternò era “nell’aria” da mesi. Il Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, ha deliberato lo scioglimento del Consiglio comunale di Paternò per infiltrazioni mafiose, affidando la gestione dell’ente per 18 mesi a una commissione straordinaria.
Pochi giorni dopo è arrivato il decreto del Presidente della Repubblica, che formalizza il provvedimento ai sensi dell’articolo 143 del Testo unico degli enti locali: nel testo si parla di “accertati condizionamenti da parte della criminalità organizzata che compromettono il buon andamento dell’azione amministrativa”, e si dispone l’insediamento di una terna commissariale per guidare il Comune fino a nuove elezioni.
Alla guida del municipio ci sono ora tre funzionari di lungo corso: il prefetto a riposo Santi Giuffrè, il viceprefetto Rosanna Mallemi e il dirigente della Prefettura di Siracusa Gaetano D’Erba, chiamati ad amministrare una città di quasi 50 mila abitanti alle pendici dell’Etna e al centro di un caso che intreccia mafie, voto di scambio e fragilità delle regole democratiche.
L’innesco: l’operazione “Athena” e il clan Morabito-Rapisarda
Per capire perché lo Stato arriva al commissariamento bisogna tornare al 15 aprile 2024. All’alba scatta l’operazione antimafia “Athena”, coordinata dalla Dda di Catania: 17 misure cautelari contro la cosca Morabito-Rapisarda di Paternò, ritenuta articolazione del clan Laudani, storica famiglia mafiosa della galassia Santapaola-Ercolano.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, il gruppo avrebbe messo le mani su un settore altamente sensibile: le aste giudiziarie di terreni e immobili tra le province di Catania e Siracusa. Le indagini partono dalla denuncia di un imprenditore minacciato per fargli abbandonare una gara, e portano alla scoperta di un sistema di intimidazioni e accordi illeciti per pilotare gli esiti delle aste.
Nel novembre 2025 il gup di Catania chiude il giudizio abbreviato con 14 condanne per oltre 160 anni di carcere complessivi, confermando – sul versante strettamente mafioso – la solidità della ricostruzione accusatoria contro il gruppo di Paternò.
È su questo sfondo che il Viminale decide di inviare al Comune una commissione d’accesso antimafia, nominata dall’allora prefetta di Catania Maria Carmela Librizzi. Il compito: verificare se e come il potere del clan sia riuscito a infiltrarsi dentro l’amministrazione locale.
Il fronte caldo: il voto di scambio e il nodo rifiuti
L’elemento più esplosivo, che lega in modo diretto Palazzo di città e la cosca, è l’accusa di scambio elettorale politico-mafioso a carico del sindaco Nino Naso, dell’ex assessore Turi Comis e dell’amministratore Pietro Cirino. Secondo la ricostruzione della Dda, i tre – oggi imputati – avrebbero beneficiato del sostegno elettorale del gruppo Morabito-Rapisarda in occasione delle comunali 2022, in cambio di assunzioni a tempo determinato di due persone vicine al clan nella Dusty, l’azienda che gestisce raccolta e smaltimento dei rifiuti in città.
Il presunto patto, sempre secondo l’accusa, avrebbe funzionato così: pacchetti di voti garantiti dal gruppo mafioso in favore del sindaco, in cambio di posti di lavoro nell’indotto dei servizi comunali. Un copione già visto in altri comuni sciolti per mafia, dove il settore rifiuti è spesso il crocevia tra appalti pubblici, economia opaca e consenso politico.
La misura cautelare più pesante – i domiciliari per il sindaco e altri indagati – è stata oggetto di un lungo contenzioso: prima disposta, poi rimessa in discussione su indicazione della Cassazione, quindi nuovamente valutata dal tribunale del riesame. A maggio 2025, l’ANSA darà notizia del rigetto della richiesta di arresti domiciliari per Naso, pur confermando la gravità delle accuse di voto di scambio politico-mafioso nell’ambito di “Athena”.
Il processo a carico del sindaco, celebrato con rito ordinario, è stato rinviato al 31 marzo 2026: fino a sentenza definitiva vale la presunzione di innocenza, e questo sarà un punto centrale anche nel dibattito politico e giuridico sullo scioglimento.
La relazione segreta che porta al commissariamento
La commissione di accesso antimafia lavora per mesi negli uffici del Comune, acquisendo atti, determine, delibere, affidamenti, rapporti interni. L’esito del lavoro viene riassunto in una relazione inviata al Viminale: è un documento coperto da riservatezza, che non è ancora pubblico nella sua integralità.
Quello che si conosce, oggi, passa attraverso i provvedimenti conseguenti. Nel decreto di scioglimento, il Presidente della Repubblica richiama “condizionamenti da parte della criminalità organizzata” tali da compromettere l’imparzialità e il buon andamento della macchina amministrativa.
Il Consiglio dei ministri, nella seduta del 20 novembre, recepisce quelle conclusioni e dispone lo scioglimento degli organi elettivi – sindaco, giunta, consiglio – per 18 mesi, come previsto dall’articolo 143.
Quello che resta da chiarire, e che sarà probabilmente oggetto di ricorsi amministrativi e di un dibattito pubblico serrato, è il perimetro esatto di questi “condizionamenti”: riguarda solo il livello del voto di scambio? Ha inciso sugli appalti, sul personale, sulla gestione di specifici servizi? O si è fermato a una saldatura tra potere mafioso e consenso elettorale? Senza la relazione integrale è impossibile rispondere con certezza.
Una città divisa tra “odio politico” e richiesta di verità
Sul piano politico e sociale, Paternò appare spaccata.
Il sindaco Nino Naso, in un lungo post social, rivendica la “rigorosa osservanza delle leggi e della legalità” dell’azione amministrativa e parla apertamente di scelta politica punitiva: “astio e odio politico”, “ricostruzioni e suggestioni prive di fondamento”, “sciacalli di turno” che avrebbero creato un clima avverso alla città.
Di segno opposto il commento di Gaetano Galvagno, presidente dell’Assemblea regionale siciliana e leader politico di opposizione a Paternò: lo scioglimento, dice, “non è inaspettato”, rappresenta “una macchia indelebile” sulla comunità e impone un “nuovo inizio all’insegna della legalità”.
Dalle comunità ecclesiali arriva una nota durissima: la Chiesa parla di “macchia indelebile e umiliazione per la città”, invita a non cedere al vittimismo e chiede un esame di coscienza collettivo sulla qualità della classe dirigente e del voto.
La stampa locale descrive lo scioglimento come “una ferita che cambia la storia della città”, perché Paternò – diversamente da altri centri del Catanese – non aveva mai conosciuto in passato il trauma del commissariamento per mafia: per la prima volta l’ente viene azzerato da un atto che fotografa, nero su bianco, la presenza di condizionamenti mafiosi dentro il Palazzo.
Il caso Paternò dentro il dibattito nazionale sugli scioglimenti
Lo scioglimento di Paternò non è un episodio isolato, ma arriva in un momento in cui la stessa legge del 1991 sugli enti infiltrati è sotto esame.
Secondo i dati richiamati dal senatore di Fratelli d’Italia Salvo Sallemi, oltre 400 comuni italiani sono stati sciolti per infiltrazioni mafiose dal 1991 a oggi, in gran parte in Campania, Calabria, Sicilia e Puglia, e per tre quarti si tratta di centri sotto i 20 mila abitanti.
Il parlamentare – che fu capogruppo a Vittoria, sciolta per mafia nel 2018 – annuncia una proposta di legge per “correggere una norma obsoleta”, introducendo il “condizionamento consapevole” e non più “indizi vaghi” come soglia per lo scioglimento, maggiore trasparenza sulle relazioni prefettizie e un contraddittorio effettivo per gli amministratori.
Nel mirino ci sono proprio casi come Vittoria e Scicli, dove i sindaci sciolti sono stati poi assolti, con il risultato – sottolinea Sallemi – di “vite devastate, comunità offese e giovani amministratori demotivati”.
Paternò entra in questo dibattito come caso limite: da un lato, una rete mafiosa già condannata in via non definitiva per aste pilotate e un procedimento per voto di scambio in corso; dall’altro, un sindaco che rivendica la correttezza amministrativa e una parte della politica che chiede garanzie più forti contro scioglimenti percepiti come “sanzione senza processo”.
Che cosa succede adesso
Per i prossimi 18 mesi, la vita amministrativa di Paternò sarà nelle mani della commissione straordinaria. Il loro compito non sarà solo “tenere i conti in ordine”, ma anche bonificare procedure, rivedere appalti e concessioni, ricostruire la fiducia nelle istituzioni locali.
Sul fronte penale, l’operazione “Athena” continuerà a produrre effetti: da una parte i condannati del rito abbreviato, dall’altra il processo ordinario per voto di scambio politico-mafioso, con la posizione del sindaco Naso e degli altri imputati che sarà vagliata nelle aule giudiziarie con tempi e garanzie del diritto di difesa.
Nel frattempo, è verosimile che l’amministrazione uscente valuti il ricorso al Tar e, eventualmente, al Consiglio di Stato contro il decreto di scioglimento: un terreno, quello dei contenziosi, già battuto da molti altri comuni commissariati negli ultimi anni.
L’inchiesta giudiziaria e il provvedimento amministrativo viaggiano dunque su binari paralleli ma intrecciati: se il processo dimostrasse l’assenza di legami consapevoli tra amministratori e mafia, Paternò rischierebbe di diventare – come Vittoria e Scicli – l’ennesimo caso simbolo di una legge che colpisce duramente una comunità prima ancora che siano accertate responsabilità penali individuali. Se, al contrario, le accuse di voto di scambio politico-mafioso fossero confermate, lo scioglimento per mafia apparirebbe come il tassello finale di una fotografia già scolpita nelle carte delle indagini.
In mezzo, c’è una città che prova a rialzare la testa, a fare i conti col proprio passato recente e a non rassegnarsi all’idea che la gestione della cosa pubblica debba essere – inevitabilmente – terreno di conquista per clan e comitati d’affari.
