Strage via D’Amelio, poliziotto sopravvissuto: “Avola dice il falso”

Lo sportello dell’auto blindata di Paolo Borsellino “era chiuso”. Antonio Vullo, l’unico agente di scorta sopravvissuto alla strage di via D’Amelio, conferma davanti alla Commissione regionale antimafia dell’Ars, quanto ribadito di recente in una intervista all’Adnkronos, smentendo ancora una volta l’ex collaboratore di giustizia Maurizio Avola. Il Presidente Claudio Fava lo ha convocato il giorno dopo l’intervista in cui Vullo aveva spiegato che quanto raccontato dall’ex collaboratore non era veritiero.

Via D'Amelio

“Lo sportello dell’auto del giudice Borsellino era chiuso – dice – l’unico sportello aperto era il mio, anche l’altra auto di scorta aveva lo sportello chiuso, il collega Walter Cosina era appoggiato sull’auto”.

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“Il giudice ha schiacciato il citofono esterno, una prima volta, il portone era chiuso, e i miei colleghi sono rimasti con il giudice al centro- racconta ancora – lui si è acceso la sigaretta e poi gli agenti si sono diretti con lui verso il cortile”. Smentisce anche di avere visto un uomo in divisa, come invece ha detto Avola, nel libro di Michele Santoro. “Non abbiamo visto nessun altro poliziotto o uomo in divisa”, racconta Vullo.

“Quello che mi ha ferito più di tutto in questa storia dell’ex collaboratore Maurizio Avola è come è stato presentato questo libro di Santoro, come se fosse tutta verità, senza avere una logica. Invece ci sono ancora indagini in corso. Anche perché Santoro è una persona capace, ma ha presentato Avola come se fosse la verità e ha macchiato anche il nostro operato”. A dirlo in audizione davanti alla Commissione regionale all’Ars è Antonio Vullo, l’unico agente di scorta sopravvissuto alla strage di via D’Amelio. “Noi abbiamo fatto da scudo al giudice Borsellino – dice – e lo abbiamo fatto con dedizione e paura, lo abbiamo fatto con il cuore, perché il dottore Borsellino meritava di essere protetto in modo adeguato. Invece, fin da subito abbiamo visto che era solo e anche noi eravamo soli”.

Strage via D’Amelio, Santoro: “Non esistono pentiti attendibili o inattendibili per definizione”

Michele Santoro, ospite di Casa Minutella su Blogsicilia.it, ha spiegato che «il lavoro per questo libro è cominciato nel 2019 e il titolo riprende la formula che si pronuncia in tribunale quando si testimonia sotto giuramento con la scelta di Avola di parlare dopo avere perso tutti i privilegi dati dalla condizione di pentito». Santoro ha poi attaccato chi ha criticato il libro senza averlo letto: «Chi ne parla, mi auguro che lo abbia prima letto. In moltissimi hanno preso la scia della mia popolarità per potere tornare a dire la loro opinione ma mi farebbe piacere se lo facessero a ragion veduta, citando le parti che più contestano», lamentando che oggi si dice che «cosa nostra fosse un’accozzaglia di poveracci con ordini che provenivano dall’alto».

«Io ho raccolto un racconto che ovviamente deve passare al vaglio della magistratura. Non esistono pentiti attendibili o inattendibili per definizione – ha aggiunto Michele Santoro -. Però, stanno succedendo cose incredibili attorno a questo libro. Come il caso della Procura di Caltanissetta che, prima ancora che il libro arrivasse nelle librerie, esercitando il diritto di cronaca, ha diffuso un comunicato, rimarcando l’inattendibilità di Avola. Non mi è mai successo di leggere una simile iniziativa della magistratura di questo tipo. Puoi prendere un racconto con il beneficio dell’inventario o vedere anche un’ipotesi di reato. Tra l’altro, quando si parla di depistaggio, ricordo che è un reato e che si compie quando un pubblico ufficiale imbecca un presunto testimone e gli fa dire cose per deviare le indagini. Ipotizzare un reato di questo tipo è molto grave. O hai le prove o stai zitto. Non è vero, poi, che Avola ha affermato che i servizi segreti non c’entrino con via D’Amelio ma nel garage in cui fu imbottita l’auto con l’esplosivo, non ce n’erano. Se qualcuno sa diversamente, lo dica e se ne assuma le responsabilità. Avola ha detto che in via D’Amelio ha agito cosa nostra e, se ci siano state compatibilità, non può saperlo perché era un elemento militare dell’organizzazione, non gestiva i rapporti di tipo politico e il libro non lo nega».

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