lunedì, aprile 19

Beni confiscati, l’Università di Palermo contro la relazione Fava

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In una nota il rettore dell’Università di Palermo Fabrizio Micari, il professor Alessandro Bellavista, direttore del Dipartimento di scienze politiche e il professor Aldo Schiavello, direttore del Dipartimento di giurisprudenza, criticano duramente la relazione sulla gestione dei beni confiscati presentata dall’Antimafia regionale presieduta da Claudio Fava. E difendono i corsi di Alta formazione per amministratori giudiziari organizzati dall’Ateneo.


“Apprendiamo- scrivono- che, nella relazione conclusiva dell’inchiesta sui beni sequestrati e confiscati in Sicilia, approvata dalla Commissione parlamentare regionale sul fenomeno della mafia si trascrivono le dichiarazioni di un tal Cavallotti, qualificato come ‘imprenditore’, rese in audizione, secondo cui ‘si facevano corsi di alta formazione…si davano attestati alle persone che partecipavano, quindi, in due giorni si pensa di insegnare agli avvocati e ai commercialisti come si amministrano aziende… chi teneva questi corsi? I giudici, gli amministratori, i prefetti…ma che competenze manageriali possono avere questi soggetti?'”.


“Si tratta – si legge nella nota – di un’evidente allusione alla consolidata esperienza formativa condotta dall’Università di Palermo grazie all’impegno del Dipartimento di Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali (Dems) e la collaborazione dei giuristi del Dipartimento di Giurisprudenza”.

“Avviati nel 2010, per iniziativa dell’allora rettore Roberto Lagalla e dell’allora direttore del Dems Giovanni Fiandaca (con l’apporto del procuratore nazionale antimafia dell’epoca, Pietro Grasso, e poi del successore Franco Roberti, e del direttore dell’Agenzia nazionale, il Prefetto Mario Morcone), i corsi di Alta formazione per amministratori giudiziari – spiega la nota – sono proseguiti con successo per sei edizioni fino al 2017, con la partecipazione di centinaia di professionisti provenienti da tutta Italia e i migliori esperti del settore come docenti”.

“Si è trattato, in particolare, – prosegue – di corsi che duravano almeno 120 ore nell’arco di sei mesi, sempre organizzati in collaborazione con l’Agenzia nazionale e la Procura nazionale antimafia, e le ultime edizioni anche con la neonata Autorità anticorruzione (ANAC) e in particolare con il suo presidente Raffaele Cantone, nonché con il supporto degli ordini professionali degli avvocati e dei commercialisti di Palermo”.

“Consideriamo, pertanto, sorprendentemente ingiustificate tali dichiarazioni, contenute in una relazione elaborata da una Commissione che, vista la loro evidente gravità, avrebbe dovuto preventivamente approfondire il tema, attraverso un’interlocuzione e il confronto con gli studiosi che, nell’ambito dell’Università di Palermo, hanno svolto, a vario titolo, un ruolo sia organizzativo sia didattico nei corsi in questione”, scrivono i vertici dell’Ateneo.

Al contempo, – concludono i vertici dell’Ateneo – nei prossimi mesi avvieremo un laboratorio di ricerca con i nostri migliori ricercatori per sottoporre ad analisi critica il lavoro fin qui condotto dalla Commissione regionale, anche per offrire un supporto, nel quadro della leale collaborazione tra le istituzioni pubbliche, al Parlamento siciliano che eviti in futuro infortuni come quello qui segnalato”.