Mafia di Torretta, il ponte con New York e i pizzini per Messina Denaro

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La mafia di Torretta aveva un ponte solido con Cosa nostra americana. L’emissario giunto da New York, le missioni oltreoceano dei siciliani e le tensioni dopo l’omicidio di Franky Boy. E poi le estorsioni, gli appalti, le mani sull’economia e sulle elezioni. Il passaggio dei pizzini di Matteo Messina Denaro, con uno dei postini che usava l’auto del Comune.

mafia di Torretta

Torretta, piccolo centro della provincia di Palermo, appena quattromila anime, si conferma roccaforte mafiosa e punto di collegamento tra Cosa nostra siciliana e l’organizzazione criminale della Grande Mela. Il blitz antimafia dei carabinieri del Comando provinciale di Palermo ha decapitato, nell’operazione denominata “Crystal Tower”, la strategica famiglia mafiosa, che rientra nel mandamento palermitano di Passo di Rigano.

Sono 11 i destinatari della misura di custodia cautelare (9 arrestati, uno ai domiciliari e un obbligo di dimora), disposte dal gip su richiesta della Dda di Palermo. Le indagini sono coordinate dal procuratore aggiunto Salvatore De Luca e i reati contestati, a vario titolo, sono associazione di tipo mafioso, detenzione di stupefacenti, favoreggiamento personale e tentata estorsione con l’aggravante del metodo mafioso.


GLI ‘SCAPPATI’ E GLI AMERICANI 

In passato la mafia di Torretta si è distinta per il ruolo dei suoi esponenti quali garanti per il rientro in Italia dei cosiddetti ‘scappati’, rappresentati dalla fazione sconfitta e colpita dai corleonesi di Salvatore Riina, al termine della seconda guerra di mafia.

Il provvedimento riguarda, fra gli altri Raffaele Di Maggio, figlio dello storico esponente mafioso Giuseppe Di Maggio, detto ‘Piddu i Raffaele’ (deceduto nel gennaio 2019), al vertice della famiglia mafiosa torrettese, coadiuvato da Antonino Ignazio Mannino e Calogero Badalamenti, cui era affidata l’area di Bellolampo.

Tra i destinatari della misura anche Lorenzo Di Maggio, detto Lorenzino, scarcerato nell’agosto del 2017 e sottoposto alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel comune di Carini; Calogero Caruso, detto Merendino, anziano affiliato con un passato da figura di vertice della famiglia mafiosa di Torretta, Filippo Gambino, suo nipote, Christian Calogero Zito, che si occupava dei contatti con gli Usa, dove si è spesso recato


U PICCIUTTIEDDU PAZZO PER I TORRETTESI’

Documentato “il persistente e saldo legame con esponenti di spicco de “la Cosa nostra” statunitense capace – affermano i carabinieri – da un lato, di condizionare, attraverso propri emissari, gli assetti criminali di Torretta, e, dall’altro, essere fonte di tensioni in occasione dell’omicidio del mafioso newyorkese Frank Calì, esponente apicale della famiglia Gambino di New York, “u picciuttieddu”, si sente in una intercettazione, “che usciva pazzo per i torrettesi”, a conferma di un legame stretto.     

Le riunioni riservate tra gli affiliati e l’avvento dell’emissario di Cosa nostra statunitense accolto dai boss di Torretta: sono numerosi gli incontri riservati organizzati dal clan, in particolare quello del 21 novembre 2018 a casa di Raffaele Di Maggio, tra le figure di vertice della famiglia mafiosa torrettese e a cui hanno partecipato anche Antonino Ignazio Mannino, Calogero Badalamenti e il padre di Christian Calogero Zito (su cui pende un mandato di cattura). 

L’EMISSARIO

A settembre dello stesso anno era sbarcato in Sicilia l’emissario di Cosa nostra statunitense accolto con tutti gli onori dalla cosca di Torretta, prelevato all’aeroporto e alloggiato in una lussuosa villa con piscina a Mondello e anche un grammo di cocaina come segno di benvenuto. “U signorino venuto appositamente dall’America per condizionare… lo sappiamo tutti”, afferma una voce captata.

L‘americano in questo periodo ha partecipato a incontri riservati prima a Torretta e poi a Baucina. Ma l’indagine ha registrato in diretta la fibrillazione e l’immediata attivazione della cosca di Torretta quando, il 13 settembre 2019, a Staten Island (New York), venne ucciso a colpi di pistola Frank Calì.


SEGNALI DI GUERRA

Nei giorni successivi si è registrata la partenza per gli Stati Uniti del figlio di uno degli indagati, che, durante la sua permanenza a New York, si è relazionato anche con soggetti della Cosa nostra locale, tra cui l’emissario giunto a Torretta l’anno precedente. Rientrato in Sicilia il giovane ha riferito il clima di profonda tensione creatosi sulla sponda americana e le proprie valutazioni sulla successione al vertice di Franky Boy”. 

Allo stesso tempo i carabinieri hanno registrato i commenti di prima mano di alcuni che conoscevano personalmente Frank Calì e che, in un primo momento, avevano temuto una pericolosa escalation di violenze nella quale rischiavano di rimanere direttamente coinvolti anche altri soggetti a lui vicini, considerati attivi nel contesto mafioso americano.

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Matteo Messina Denaro


I ‘POSTINI’ DI MESSINA DENARO

Lorenzo Di Maggio, detto Lorenzino, Secondo il pentito Antonino Pipitone era un tassello importate della rete di comunicazione di Matteo Messina Denaro. I pizzini che circolavano tra la provincia e il capoluogo, passavano da lui: gli venivano affidati o nel posto di lavoro o a casa della madre. Poi il passaggio da Di Maggio a un altro degli Arrestati, Calogero Caruso, detto ‘Merendino’, che, utilizzando l’auto del Comune di Torretta, per il quale lavorava, giungevano a Campobello di Mazara.



APPALTI E VOTI

La famiglia di Torretta era anche in grado di condizionare le attività del territorio e gli appalti non solo del paese, ma anche dei comuni limitrofi, come Isola delle Femmine, Carini e anche di alcuni quartieri del capoluogo siciliano. Riusciva pure a inserirsi nel tessuto economico, caratterizzato da attività connesse all’edilizia, all’agricoltura e all’allevamento di bestiame; con una forte e diffusa ingerenza nelle commesse pubbliche e private a Torretta e nei limitrofi comuni di Capaci, Isola delle Femmine e Carini, oltre che in alcuni quartieri di Palermo.

Registrata, prima del commissariamento avvenuto ad agosto 2019, l’intenzione del clan di infiltrarsi nell’amministrazione comunale, tuttora commissariata, e di indirizzare le decisioni amministrative, nonché di modificare l’esito delle elezioni comunali, fornendo nel 2018, supporto ai candidati di schieramenti opposti. 

 

FASTI DA ROCCAFORTE

“Le prolungate indagini hanno dimostrato le relazioni tra i mafiosi italiani e quelli degli Stati Uniti, ma anche una penetrazione opprimente nel tessuto economico della comunità e un inquinamento delle istituzioni locali”, afferma il generale Arturo Guarino, comandante provinciale dei carabinieri di Palermo. Così, l’attività investigativa restituisce l’immagine di una rinnovata vitalità della famiglia mafiosa di Torretta che, forte dei suoi legami con gli affiliati americani e della ritrovata autorevolezza dei vertici del mandamento, “puntava a ritornare ai fasti del passato, quale testa di ponte fra Cosa nostra siciliana e quella Usa“. 

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