Libri. “Per il nostro bene”, un viaggio nel sistema dei beni confiscati

Libri. “Per il nostro bene”, un viaggio nel sistema dei beni confiscati
19 settembre 2013

Un sistema che così non funziona, che rischia di diventare un clamoroso boomerang per lo Stato. E di fare una grande cortesia alla mafia, anzi alle mafie. Il tema è quello dei beni tolti alle mafie nel nostro paese e amministrati dall’Agenzia nazionale per i beni confiscati diretta dal prefetto Giuseppe Caruso. parliamo di beni immobili, ovviamente, ma anche di società, aziende cui fanno capo patrimoni enormi e da cui dipendono migliaia di lavoratori. Il conto è stati fatto tante volte ma questa volta viene raccontato in un volume (pregevole se non altro perché copre una falla nella vasta letteratura specialistica e divulgativa sui temi di cosa nostra) scritto a quattro mani da una Alessandra Coppola, giornalista del Corriere della Sera, e da
Ilaria Ramoni, milanese, è avvocato e amministratore giudiziario, esperta in legislazione antimafia: il libro presente sugli scaffali dal 13 settembre si intitola “Per il nostro bene” ed è edito da Chiarelettere (pagine 176
euro 12,90).
Certo non va sottovalutata la responsabilità delle banche ma non è nemmeno possibile non dire che l’Agenzia nata con tutte le buone intenzioni appare con un presidio senza esercito, con poco personale e un livello di specializzazione insufficiente considerato che per gestire i beni sono necessarie competenze specifiche ma soprattutto una celerità che i scarsi mezzi forse non assicurano. La situazione è questa, secondo i dati contenuti nel libro: «Dei 3.995 beni immobili ancora in gestione all’Agenzia, 2.819 presentano criticità e di questi 1.666 sono gravati da ipoteche (per 76 addirittura sono in atto i pignoramenti). Più di uno su tre: di fatto, inutilizzabili». E poi: «Su 1.7089 imprese confiscate, solo 60 risultano pienamente attive sul mercato, con dei dipendenti che effettivamente ogni giorno si presentano in ufficio o in fabbrica». Tanto che, dicono le autrici, «c’è il pericolo di una clamorosa sconfitta collettiva».

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Questo volume dà un quadro di insieme delle cose e dei fatti, affronta alcune questioni, prova a spiegare con un linguaggio non tecnico i termini della questione: «E’ un reportage dal fronte, tra le fortezze espugnate a quella mafia che ha fatto la storia, e che ancora soffoca il Paese. La villa di Tano Badalamenti a Cinisi, la reggia di “Sandokan” Schiavone a Casal di Principe, l’enclave dei Casamonica nella periferia romana, perfino una residenza principesca a Beverly Hills, proprietà di Michele Zaza, ’o Pazzo, re del contrabbando. E poi cascine di ’ndrangheta in Piemonte, tenute in Toscana, castelli, alberghi, discoteche, campi di calcio, maneggi. Trincee di ieri e di oggi. Un patrimonio che vale una Finanziaria». Ma intanto in tante parti del paese scuole e uffici pubblici pagano l’affitto mentre migliaia di immobili restano abbandonati. Gli ostacoli sono di ogni tipo: terreni occupati, edifici distrutti, una legislazione carente, amministratori pavidi, funzionari di banca che concedono mutui ai clan per aiutarli a “salvare” il patrimonio.



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