Bimba morta dopo challenge su social, il giurista: “Contenuti e accesso alle piattaforme, regole da cambiare”

Gabriele Carapezza Figlia, docente di diritto privato e direttore del Dipartimento di Giurisprudenza della Lumsa di Palermo invita a concentrarsi su questo riguardo la vicenda di cronaca che ha interessato una minore di Palermo morta dopo una challenge su TikTok, social molto diffuso tra i ragazzini. Dal punto di vista del giurista la vicenda della bambina di Palermo morta per la challenge, “una prova”, sui social si focalizza su due elementi: l’accesso alle piattaforme e i contenuti che vengono veicolati dalle stesse. Un terreno ancora da esplorare dal punto di vista legale.

Gabriele Carapezza Figlia

In campo giuridico l’accesso ai social network è ancora debolmente normato.
Il nodo della vicenda è che c’è bisogno di regole tecniche prodotte dai social o dai legislatori d’accordo con i social che permettano l’esercizio della responsabilità dei genitori in ambienti digitali. La nostra giurisprudenza configura sempre una responsabilità dei genitori per gli illeciti dei figli minori: per culpa in vigilando fino ai 14 anni e per culpa in educando dopo. Fino ai 14 anni è necessario il consenso esplicito dei genitori anche per l’iscrizione; dopo non possono accedere all’account del figlio titolare, non possono rimuovere foto o immagini, o impedire che le immagine del figlio sia associata alle inserzione pubblicitarie. Questo perché le condizioni di uso non prevedono modalità differenziate tra minori e maggiori di età. Così come le impostazioni delle privacy possono essere modificate solo con il consenso dei titolari.

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Quindi manca una regola chiara.
La disciplina della responsabilità del genitore è pensata dal legislatore per un ambiente analogico, nell’ambiente digitale ha bisogno di regole nuove. L’architettura del web è un ostacolo a questo obbligo di vigilanza. Una vicenda come questa, poi, impone anche un problema della responsabilità del gestore della piattaforma per i contenuti immessi che finora è sempre stata esclusa perchè il gestore non si considera un editore e quindi non considerandosi tale non è responsabile dei contenuti immessi. Rimane responsabile solo l’utente. Oggi questa norma è da rivedere. E quella norma degli Usa immaginata per promuovere lo sviluppo delle piattaforme e non consentire alcun controllo oggi non è più attuale. Ci dovrebbe essere una responsabilità per i contenuti immessi. I social si sono dati una regola ma hanno portato al ban di una foto di una donna che allatta mentre possono circolare i discorsi sull’odio. Esiste una lacuna normativa che in questo caso è evidentissima.

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