Ecco come Brunetta può diventare presidente del Consiglio

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Un pezzo davvero interessante di Michele Ainis su Repubblica di oggi. Che riproponiamo così com’è. Perché merita di essere letto.

Brunetta


C’è forse un garbuglio nel nostro orizzonte collettivo. Magari non succederà, ma è meglio farsi trovare preparati. La scena: in un giorno di fine gennaio, il presidente del Parlamento in seduta comune proclama il presidente del Consiglio come presidente della Repubblica. Tre presidenti in una voce sola. E dopo? Che farà Mario Draghi, si dimetterà da premier nelle mani del capo dello Stato, ovvero di se stesso? Manterrà entrambe le cariche, finché il Parlamento non voti la fiducia a un nuovo esecutivo? E in caso contrario, chi guiderà il governo nel frattempo?

Per fare ordine, occorre muovere da una duplice premessa. Primo: la Costituzione vieta di recitare due parti in commedia. Così come nessuno può indossare simultaneamente la casacca di deputato e di senatore (art. 65), a maggior ragione l’ufficio di presidente della Repubblica è incompatibile con qualsiasi altra carica (art. 84). Dunque il prescelto dovrà a sua volta scegliere: o palazzo Chigi o il Quirinale. Anche se per un momento proverà il brivido della doppia funzione, della doppia investitura.

Secondo: fra gli organi costituzionali vige il principio della continuità. Significa che l’Italia non può restare nemmeno per un giorno senza un presidente della Repubblica, né senza un presidente del Consiglio. E quando subentra il successore? All’atto del giuramento (art. 91); fino ad allora viene prorogato il predecessore (art. 85). Dunque Mattarella potrebbe anche sforare i sette anni di mandato, se il Parlamento s’incarta in infinite votazioni (accadde nel 1971, quando Leone venne eletto al 23° scrutinio).

Conclusione: il nuovo capo dello Stato (Draghi) dovrà dimettersi nelle mani dell’ex capo dello Stato (Mattarella). A questo punto la liturgia delle crisi di governo prevede che le sue dimissioni non vengano accolte subito, bensì quando subentri il nuovo presidente del Consiglio. Perciò dopo un giro di consultazioni al Quirinale, il conferimento dell’incarico a chi possa coagulare una maggioranza in Parlamento, l’accettazione dell’incarico ma con riserva poi di declinarlo, se il tentativo naufragasse. Quando invece l’incaricato ha successo, la crisi si risolve con un doppio decreto firmato dal capo dello Stato: quello che accetta le dimissioni del governo uscente e il decreto che nomina il nuovo esecutivo.

Ma è pensabile che sia Mattarella a gestire questa giostra? No, sarebbe l’esproprio d’una competenza che spetta al prossimo presidente. Quindi le dimissioni di Draghi da premier verranno accolte subito, con buona pace della prassi fin qui sempre osservata. E quindi Draghi si troverà a nominare il proprio successore, come accadeva agli imperatori romani. Ma nel frattempo, e fin quando non avrà prestato giuramento, scivolerà in un limbo: non più presidente del Consiglio, non ancora presidente della Repubblica. Una condizione inedita, e d’altronde anche il trasloco da palazzo Chigi al Quirinale è senza precedenti.

Resta però, in sospeso, una domanda: chi dirigerà l’esecutivo in questo tempo di vacatio? Una vacanza che può ben protrarsi per mesi, se l’incaricato non ottenga la fiducia e occorra indire le elezioni. Nel febbraio 1849 Gioberti lasciò il gabinetto di cui era presidente, mentre i ministri rimasero tutti al loro posto. Remoto antecedente, che tuttavia può diventare attuale. Ma quale ministro otterrà la promozione a presidente? La risposta si legge nell’art. 8 della legge n. 400 del 1988: la supplenza spetta al ministro più anziano per età. Dunque a Renato Brunetta, in questo esecutivo. Curioso: il centro-destra spera in elezioni ravvicinate, per guadagnare la direzione del governo. Può invece conquistarla subito, e senza disturbare gli elettori.