Mafia, confisca da 10 milioni di euro ad Alcamo

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Passano allo Stato definitivamente i beni dell’imprenditore di Alcamo Giuseppe Montalbano. Per lui scatta la confisca dei beni per oltre 10 milioni di euro.
All’imprenditore venne contestato di aver aiutato la latitanza di boss mafiosi». Montalbano è uno tra i primi, per volume di affari, imprenditori edili di Alcamo.

Giuseppe Montalbano è figlio di Pietro, morto diversi anni fa, ritenuto vicino agli ambienti mafiosi di Alcamo e nipote di Nunzio titolare di una stazione di servizio ucciso nell’Aprile del 1991 durante la sanguinosa guerra di mafia ad Alcamo a cavallo tra gli anni ’80 e ’90.

La Direzione investigativa antimafia, in collaborazione con la Guardia di finanza di Alcamo, ha analizzato conti correnti e proprietà immobiliari delle tre società: «G. M. costruzioni», con sede in contrada Palma, specializzata nella costruzione di appartamenti, «G. M. inerti», che ha operato nello stesso campo e «D&D immobiliare» per la compravendita di terreni e abitazioni.

La confisca interessa ditte individuali e società di capitali, appezzamenti di terreno, fabbricati, veicoli industriali, autovetture e disponibilità finanziarie. In particolare nr. 8 appezzamenti di terreno; nr. 38 fabbricati di recente realizzazione; nr. 7 autoveicoli/autocarri/betoniere; nr. 3 compendi aziendali; Nr. 7 quote societarie; nr. 10 deposti bancari; nr.3 polizze assicurative. Il valore complessivo dei beni è stato stimato in oltre 10 milioni di euro.

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Il collegio giudicante “ha riconosciuto la pericolosità sociale del proposto, collocandolo nella categoria di coloro che sono indiziati di appartenere ad un’associazione di tipo mafioso”.
Giuseppe Montalbano, “cresciuto in ambiente famigliare mafioso, durante la violenta faida degli anni Novanta che insanguinò la città di Alcamo – dicono gli investigatori – usava associarsi ad esponenti mafiosi, anche in stato di latitanza, con i quali sono state accertate frequentazioni”. Nell’ambito dell’operazione “Arca”, è stato tratto in arresto con altre 40 persone. A Montalbano veniva contestato di avere “garantito rifugio ed assistenza a vari sodali dell’organizzazione cosa nostra, al tempo latitanti, tra cui il capo mandamento, Vincenzo Milazzo”. Espiata la condanna, Montalbano “si dedicava all’attività imprenditoriale, nei settori edile ed immobiliare”.
Sotto il profilo patrimoniale, grazie al mutato quadro normativo in materia di misure di prevenzione, è stato possibile effettuare indagini sul patrimonio accumulato nel tempo da Montalbano, “con sospetti flussi finanziari provenienti dalla calcestruzzi “Tre Noci”, che hanno rivelato una notevole sproporzione rispetto ai redditi dichiarati. Il Collegio giudicante, anche a seguito di accurate perizie affidate a consulenti d’ufficio, ha disposto la confisca di un patrimonio costituito da società, immobili ed automezzi industriali, valutabile nell’ordine di circa 10 milioni di euro”.