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Posts tagged as “messina denaro”

Droga, operazione a Palermo. C'è anche un favoreggiatore di Messina Denaro

  Dalle prime luci dell’alba è in corso una vasta operazione antidroga dei Carabinieri di Palermo che stanno eseguendo sette arresti. In carcere anche un presunto fiancheggiatore del boss latitante Matteo Messina Denaro. Le persone arrestate sono accusate di associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti. “Il Nucleo investigativo ha monitorato un canale di approvvigionamento delle piazze di spaccio della città alimentato da un gruppo criminale di Napoli”, spiegano gli inquirenti.

L’uomo ritenuto cerniera tra il clan e Messina Denaro è  Matteo Cracolici, 50 anni. A lui qualche anno fa era intestata la carta d’identità con cui se ne andava in giro Matteo Messina Denaro.Cugino della moglie di Francesco Nangano, mafioso di Brancaccio assassinato nel 2013, Cracolici fu condannato per avere favorito la latitanza di Messina Denaro. Di lui aveva parlato il collaboratore di giustizia Salvatore Grigoli. Lo aveva indicato come uomo di fiducia del capomafia trapanese che a Bagheria e dintorni ha trascorso una parte della sua latitanza, all’inizio degli anni Novanta. In effetti Cracolici aveva denunciato alla stazione dei carabinieri di Brancaccio, nel marzo del 1994, lo smarrimento della carta d’identità. Pochi mesi dopo Messina Denaro con il documento intestato a Matteo Cracolici riuscì a salire su un traghetto a Brindisi. Destinazione Grecia per una vacanza con la sua compagna di allora. Collaboratori più recenti hanno descritto la capacità di Cracolici, grazie ai suoi contatti con personaggi campani, di portare a termine grossi affari di droga. Nel 2011 i boss di Brancaccio Cesare Lupo e Giuseppe Arduino arrivarono al summit di mafia di Villa Pensabene in sella ad uno scooter intestato a Cracolici.

Nel corso dell’operazione dei carabinieri del Nucleo investigativo Comando provinciale sono stati sequestrati 130 chili di hashish, nascosti nel doppiofondo di una macchina. L’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Leonardo Agueci e dai sostituti Francesca Mazzocco e Caterina Malagoli, è una costola dell’operazione Panta Rei che nei mesi scorsi ha azzerato i clan di Porta Nuova e Bagheria.

Messina Denaro raccontato da Teresa Principato in Commissione Antimafia

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 “Matteo Messina Denaro gode a Trapani di una protezione che spesso sconfina nella connivenza e addirittura nella condivisione di certo valori rispetto a uno Stato in cui nessuno crede”. Così il procuratore aggiunto di Palermo Teresa Principato, nel corso di una audizione in Commissione antimafia.

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“La strategia della cosiddetta ‘terra bruciata’ – ha aggiunto Principato – per lui non è’ adeguata” perche’ Matteo Massima Denaro “non è’ una persona normale”. Nonostante decine di arresti, anche di familiari stretti, i sequestri e le confische per decine di milioni di euro, la latitanza della primula rossa del boss mafioso, iniziata 1993, continua nonostante il consenso attorno a lui si sia affievolito, grazie agli arresti e alle confische, e “il muro di omertà” che lo ha sempre protetto sia stato rotto dalle collaboratori di giustizia che hanno cominciato a parlare di lui.

«Matteo Messina Denaro è abituato a tutti gli artifici della latitanza: dopo un arresto e dopo che le attenzioni degli investigatori si soffermano su una persona, immediatamente cambia strada e investe su qualcosa di diverso» ha detto Principato.  «Messina Denaro in questi casi immediatamente cambia strada – ha spiegato  – va all’estero, non gli mancano le occasioni e i luoghi in cui rifugiarsi in tutta sicurezza. E’ una caratteristica di questo latitante: il fatto di procedere a degli arresti, la strategia della cosiddetta «terra bruciata” per lui non è adeguata, l’ho capito da un pò di tempo».

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«Abbiamo proceduto all’arresto di quasi tutti i familiari di sangue di Messina Denaro – sorella, cugini, cognati, tutti coloro che gli erano vicini – io pensavo che questo potesse suscitare nell’uomo una reazione ma l’uomo non è normale, è molto freddo. Dopo otto anni di studio è quasi normale che si ragioni come se lo si fosse conosciuto».  Altro momento della strategia per la cattura del boss è quello dei provvedimenti di confisca, «essendo lui così profondamente legato al denaro e ai suoi interessi”: i provvedimenti di sequestro e confisca superano milioni di euro. «Pensate – ha detto il magistrato – che solo la catena della Despar è stata oggetto di confisca per 850 milioni».
«A parte gli arresti e i provvedimenti – ha proseguito – abbiamo operato con delle azioni di disturbo concordate nei confronti di persone ben delineate che anche in passato lo avevano in qualche modo agevolato o che sapevamo vicine a lui, con una azione assillante, anche perché (siamo a dicembre 2014) sono riuscita in una operazione: firmare un protocollo con il Ros e lo Sco per una indagine comune. Anche il nipote del cuore, Francesco, destinato a essere il suo successore, che già a violenza lo aveva eguagliato se non superato, è stato arrestato e sottoposto al 41 bis. Tutto questo per ottenere un affievolimento del consenso nei confronti di questo latitante. Era intollerabile – ha sottolineato Principato – che lo Stato rinunciasse alla cattura di un latitante che dal ’93 sfugge agli organi dello stato e rappresenta per Trapani una primula rossa, da imitare, ammirare, verso la quale provare una certa connivenza».

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«Questi sistemi – ha proseguito Principato – hanno sortito dei risultati, anche se non quelli sperati. Si è rotto il muro di omertà che tradizionalmente ha circondato la famiglia di Matteo Messina Denaro. Ha cominciato – pur non richiedendo di essere inquadrato come collaboratore – il cugino Lorenzo Cimarosa che dopo l’inizio di una timida collaborazione (era stato già detenuto tre anni per favoreggiamento) ci ha aiutato ad inquadrarlo, a capirne la struttura mentale. Lo ha definito un parassita, un personaggio che si nutriva del lavoro degli altri senza dare niente in cambio».

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Il magistrato ha poi raccontato che vennero messi in carcere altri familiari: «e tutti pensarono ci dovesse essere una reazione» da parte di Messina Denaro. «A quel tempo io fui minacciata – ha spiegato il magistrato – di essere destinataria di una partita di tritolo, che coincise con l’arresto dei suoi familiari ma soprattutto con l’ablazione di tanto denaro che per lui è estremamente importante. Non c’è stata solo questa conseguenza: hanno iniziato a collaborare altre due persone. Anche questo è stato un momento di rottura del muro di omertà. Inoltre dalle intercettazioni che sentivamo emergevano vere e proprie lagnanze nei confronti del latitante. Due persone si chiedono in sostanza: se non pensa alla sua famiglia, come può pensare ai trapanesi?»

Qui l’audizione di Teresa Principato:

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Mafia, processo Eden. Pena aumentata in appello per Patrizia Messina Denaro

La Corte d’appello di Palermo (presidente Raimondo Lo Forti) ha condannato a 14 anni e 6 mesi di carcere Anna Patrizia Messina Denaro, sorella del boss latitante Matteo Messina Denaro, confermando inoltre i 16 anni inflitti, in primo grado, al nipote Francesco Guttadauro dal Tribunale di Marsala il 31 marzo 2015. Entrambi sono stati ritenuti colpevoli di associazione mafiosa (la sorella del boss, in primo grado condannata a 13 anni, per concorso esterno) e tentata estorsione a Rosetta Campagna, una delle eredi di Caterina Bonagiuso, madrina di battesimo di Anna Patrizia. Il processo è scaturito dall’operazione antimafia “Eden” (13 dicembre 2013). Sempre in primo grado, tre anni erano stati, invece, inflitti a Vincenzo Torino per intestazione fittizia di beni, oggi condannato a 4 anni, mentre dall’accusa di associazione mafia fu assolto Antonino Lo Sciuto e da quella di favoreggiamento Girolama La Cascia, per l’accusa vittima di estorsione. Adesso, la Corte d’appello ha condannato Lo Sciuto a 13 anni e mezzo di carcere, ordinandone l’immediato arresto in aula. Confermata l’assoluzione della La Cascia. Lo scorso 13 giugno, il Pg Mirella Agliastro aveva chiesto 16 anni e 4 mesi di carcere per Anna Patrizia Messina Denaro, la conferma della pena per Guttadauro, 12 anni per mafia per Lo Sciuto (o in subordine 6 anni per concorso esterno), 4 anni per Torino e 2 anni per La Cascia. Per Antonino Lo Sciuto, ex direttore tecnico dell’impresa “Bf costruzioni” di Giovanni Filardo, cugino di Matteo Messina Denaro, ha pesato in maniera decisiva la testimonianza resa, lo scorso 23 maggio, dal “dichiarante” Lorenzo Cimarosa, cugino acquisito del boss. “Intendo dire tutta la verità, cosa che non ho fatto nei confronti del mio amico e coimputato Lo Sciuto – affermò Cimarosa – Fino ad ora ho sminuito le sue responsabilità, ma lui ha fatto le stesse cose che ho fatto io, essendo sempre in mia compagnia e accompagnandomi ovunque. Per cui, se io sono stato dichiarato colpevole, deve esserlo pure lui”. Cimarosa (anch’egli coinvolto nell’operazione Eden e condannato a 5 anni e 4 mesi con l’abbreviato) ribadì di essere stato spinto a cambiare vita per sete di giustizia. Aggiungendo di avere prospettato la sua scelta anche a Lo Sciuto, che però non lo ha voluto seguire, così come altri coimputati. Ha raccontato, inoltre, di essere stato, dopo l’arresto di Filardo, il punto di riferimento della famiglia mafiosa di Castelvetrano. Ha, poi, ripercorso quello che sono state le attività criminali compiute, spiegando che non è mai stato formalmente affiliato e che per questo era convinto, prima del suo arresto, di non essere un mafioso. Solo successivamente ha compreso che, avendo fatto affari e sistemato contrasti di natura mafiosa, era stato di fatto anche lui un mafioso. Poi, fu sottoposto al fuoco di fila di domande degli avvocati Celestino Cardinale (legale di Lo Sciuto e Patrizia Messina Denaro) e Luigi Miceli e Giovanni Castronovo (difensori di Francesco Guttadauro). E non sono mancati momenti di tensione, placati dal presidente Lo Forti. Tensione scaturita dalle contestazioni dei legali, che cercarono di far rilevare “divergenze” con quanto affermato in precedenza da Cimarosa. Su domande dell’avvocato Castronovo, che ha invitato il “dichiarante” ad assumere un contegno meno polemico verso chi lo stava interrogando, Cimarosa disse che era Francesco Guttadauro a mantenere i contatti con lo zio Matteo, essendo peraltro il suo nipote del cuore, ma che era lui (Cimarosa) a incontrare i mafiosi della zona e a dirimere eventuali contrasti, sui quali poi riferiva a Francesco Guttadauro. Il boss, infatti, a quanto pare, non voleva che il nipote si occupasse direttamente di fatti di mafia. Cimarosa, dunque, avrebbe fatto da “scudo” a Guttadauro junior. Infine, Cimarosa dichiarò di non aver mai incontrato Matteo Messina Denaro (“Lui non incontra nessuno” ha detto), ma che ricevette solo una lettera con la quale questi lo ringraziava per tutto quello che stava facendo. I legali della difesa hanno, infine, cercato di metterlo in difficoltà sollevando dubbi sulla “compatibilità del suo ruolo di mafioso con una sua precedente condanna per assegni a vuoto”. Cimarrosa rispose: “Avvocato, ci sono tante cose che non si dovrebbero fare per essere mafiosi, ma che si fanno ugualmente. Pensi che Matteo Messina Denaro ha due figli fatti con una donna che non è sua moglie”.

Dopo la morte di Provenzano, i "Corleonesi" ancora in vita. E Messina Denaro che fa?

Dopo la morte del boss mafioso Bernardo Provenzano sono ancora tante le reazioni e le riflessioni su Cosa nostra, e su quello che cambia nella lotta alla mafia. Scrive Salvatore Lupo sul Messaggero:

Ripercorriamo le cronache della cattura di Provenzano. Al pubblico apparve come un vecchio alquanto malmesso, sprovvisto di guardaspalle e di qualsiasi altro dei simboli del potere criminale, economico, politico che immaginereste necessariamente connessi alla figura di un capomafia. Venne sorpreso in un cosiddetto “covo” ubicato nelle campagne prossime a Corleone, e più precisamente in una stalla fornita di arredi primitivi e semplicissimi strumenti rustici, dove egli consumava non caviale e champagne ma, più modestamente, ricotta e cicoria. La stampa pose grande enfasi nel riportare questi elementi, e i soliti esperti sproloquiarono sull’etica anticonsumistica, ovvero antimoderna, che a loro dire sarebbe tipica dell’eterna mafia rurale. Invece, palesemente, la stalla non era per nulla il covo da dove Provenzano governava Cosa nostra, ma il posto nel quale in ultimo si era rifugiato (o dove era stato scaricato dai suoi?) quando la pressione degli inquirenti si era fatta insostenibile.

La mafia viene usualmente raffigurata secondo gli schemi di un’usurata mitologia tradizionalista, e in questa veste, da sempre, la si vende meglio: ciò che spiega il perché questi elementi di colore siano stati accentuati a dismisura, al limite della falsificazione. È vero invece che la Cosa nostra corleonese era tutt’altro che un fenomeno folcloristico tra il 1979 e il 1993, nella fase in cui insanguinava la Sicilia e minacciava con attentati terroristici – prima mirati, poi anche indiscriminati – la nostra Repubblica. Parliamo peraltro di una stagione storica terminata, speriamo definitivamente. I lettori più giovani avranno l’impressione di sentire evocare un fantasma. Infatti la mafia-Cosa nostra, dopo il 1993, si è resa d’un tratto silente, e tale è rimasta nei 23 anni seguenti: tanto da indurre studiosi, operatori e semplici cittadini a chiedersi se esista al giorno d’oggi, a Palermo e in Sicilia, una realtà politico-criminale definibile con quel nome, con una chiara relazione di continuità con il passato. 

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BINDI.  “Errare è umano ma perseverare è diabolico: ci auguriamo sia servita la lezione dell’altra volta”, quando il programma Porta a Porta di Bruno Vespa, ospitò il figlio di Riina per una intervista e fu al centro di forti polemiche. Così la presidente della Commissione parlamentare antimafia, Rosy Bindi, nel corso della seduta odierna della Commissione, rispondendo al senatore del Pd Giuseppe Lumia che si è augurato che la figura del capo mafia Provenzano, i, non venga “santificata, trasformata in un mito” e che nessuno dei suoi parenti venga ospitato in Rai, come avvenne per Riina junior. “C’è ancora un capomafia latitante, Matteo Messina Denaro, ci auguriamo che venga quanto prima assicurato alla giustizia”, ha concluso Bindi.

MORI.  “Provenzano non lascia alcun potere concreto, ma fortunatamente solo poco più che le macerie della sua organizzazione. Il suo erede dovrebbe essere Matteo Messina Denaro; più che il successore mi sembra un uomo in fuga. E soprattutto non più in grado di ridare basi solide a Cosa nostra”. E’ quanto afferma al Quotidiano nazionale il generale Mario Mori, ex capo dei Ros ai tempi della cattura di Riina. Alla domanda su come è stato possibile che lo Stato non sia riuscito a catturare il boss Bernardo Provenzano ben prima, Mori replica: “Non è facile dare una risposta in merito. Penso che solo dopo lo sviluppo di tecniche investigative più aderenti e specifiche, unite alla raggiunta consapevolezza generale della negatività di un mondo rappresentato da Cosa nostra, peraltro sempre più avulsa dalla realtà sociale anche in quelle terre dove il fenomeno aveva preso l’avvio, abbia consentito i risultati che tra l’altro hanno portato agli arresti di Riina e Provenzano. Da qui è derivato il progressivo sfaldamento dell’organizzazione”.

Dopo la scomparsa di Bernardo Provenzano sono ancora tre i boss dei Corleonesi ancora in vita e tutti si trovano in carcere: Salvatore Riina, Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca. Con loro dietro le sbarre anche il boss palermitano Salvatore Lo Piccolo. Resta in libertà invece Matteo Messina Denaro.

SALVATORE RIINA. Il ‘Capo dei Capi’ dei Corleonesi, oggi 85enne, è stato arrestato il 15 gennaio 1993 a Palermo e sta scontando l’egastolo. Figlio di contadini dopo aver conquistato l’egemonia nel suo Paese natale insieme alla banda guidata da Luciano Liggio con l’uccisione del boss locale Michele Navarra, ‘Totò U Curtu’ nel 1969 con la strage di Viale Lazio, dove fu ucciso il boss Michele Cavataio, entra di prepotenza nella scena della mafia palermitana. Con gli assassinii nel 1981 di Stefano Bontate e Salvatore Inserillo diede il via alla seconda guerra di mafia al termine della quale prese il controllo della malavita cittadina. Riina è considerato il mandante di diversi omicidi il più grave dei quali è la strage di Capaci dove persero la vita il giudice Giovanni Falcone.

LEOLUCA BAGARELLA. Storico braccio destro di Totò Riina del quale è anche il cognato, oggi ha 74 anni ed è detenuto dal 24 giugno 1995. Killer spietato, è considerato l’esecutore materiale di centinaia di delitti nel corso della seconda guerra di mafia e di altri eccellenti fra i quali quello del commissario Boris Giuliano e del piccolo Giuseppe Di Matteo. Dopo l’arresto di Riina, Bagarella prese il comando dell’ala militare di Cosa Nostra che era favorevole alla continuazione della cosiddetta strategia stragista prima di essere catturato.

GIOVANNI BRUSCA. Oggi, 59 anni, Brusca è il più noto pentito di Cosa Nostra. Capo del mandamento di San Giuseppe Jato è stato arrestato il 20 maggio 1996. Brusca ricoprì un ruolo fondamentale nella strage di Capaci in quanto fu l’uomo che spinse il tasto del radiocomando a distanza che fece esplodere il tritolo piazzato in un canale di scolo sotto l’autostrada facendo saltare in aria le auto di Giovanni Falcone e della sua scorta. Dopo il pentimento, la condanna gli è stata ridotta dall’ergastolo a 20 anni di relcusione.SALVATORE LO PICCOLO. Palermitano, 73 anni, è stato arrestato insieme al figlio Sandro il 5 novembre 2007. Dopo l’arresto di Bernardo Provenzano strinse un’alleanza di ‘non belligeranza’ con Matteo Messina Denaro per il controllo di Cosa Nostra. Condannato all’ergastolo, il suoi clan era molto attivo nel settore dello spaccio di droga e della gestione degli appalti.

MATTEO MESSINA DENARO. La ‘primula rossa’ di Cosa Nostra. E’ l’uomo più ricercato d’Italia e l’attuale capo della Mafia dopo esserlo stato inizialmente di quella trapanese. Oggi ha 54 anni. E’ irreperibile dal 1993.

 

Messina Denaro si trova tra Mazara e Salemi. Anche una bimba come "postino" dei pizzini

  E’ un fiume in piena il neo collaboratore di giustizia salemitano-gibellinese Attilio Pietro Fogazza. Nei verbali redatti dalla Dda lo scorso 4 aprile e poi in Tribunale, a Marsala, nel pocesso “Giglio Sergio + 3” (stralcio operazione antimafia “Ermes”) ha parlato, per ore, anche della latitanza di Matteo Messina Denaro e del motivo per il quale, il 31 agosto 2013, nelle campagne marsalesi, fu ucciso il pregiudicato Baldassare Marino. Fogazza dice di non essere affiliato alla mafia, ma di essere “nel giro dal 2008”, dopo avere conosciuto, diventandone “amico”, Domenico Scimonelli e Sergio Giglio. Il neo pentito racconta che le campagne tra Mazara e Salemi e il porto vecchio di Mazara sarebbero alcuni dei luoghi in cui, tra il 2010 e il 2012, il superlatitante Messina avrebbe incontrato alcuni dei suoi fedelissimi. A dirglielo sarebbe stato Scimonelli, imprenditore di Partanna condannato a 17 anni nell’ambito degli abbreviati Ermes, considerato dagli inquirenti uno degli affiliati a Cosa Nostra più vicini a Messina Denaro. Scimonelli gestiva tre supermercati Despar, due a Partanna e uno a Gibellina. “Ero commerciante di auto usate – ha detto il collaboratore di giustizia – ho conosciuto Mimmo Scimonelli nel 2006, quando sono andato a trovarlo perché mia moglie voleva lavorare in un supermercato. Poco tempo dopo, lui la chiamò. Poi, iniziò il rapporto di amicizia. Nel 2008, Scimonelli mi disse che con Matteo Messina Denaro erano amici d’infanzia, andavano insieme a Triscina e ne conosceva la famiglia. Nel 2010, mi disse di averlo incontrato al porto vecchio di Mazara. Mi raccontò: ‘Mi sono visto cù siccu (soprannome del boss castelvetranese, ndr). E’ nervoso perché cominciano a mancare i soldi e non può pagare chi è in carcere. Poi, alla Despar ci fu un ammanco di 150 mila euro. Io sapevo che li aveva dati a Messina Denaro. Nel 2012, Scimonelli mi chiese un’auto in prestito, come faceva quando nei suoi movimenti non voleva dare nell’occhio. Io gli diedi una Punto. Tornò con l’auto, le scarpe e i jeans tutti sporchi di fango. Gli ho chiesto: ma dove sei stato? E lui mi rispose che aveva incontrato Matteo Messina Denaro lungo la strada vecchia tra Mazara e Salemi. Un giorno, al bar, su un giornale c’era la foto di Messina Denaro e lui mi disse: E quando lo prendono? E’ completamente cambiato”. Fogazza ha, poi, raccontato il motivo per il quale, la mattina del 31 agosto 2013, in contrada Samperi, nell’entroterra di Strasatti, sarebbe stato ucciso il presunto mafioso marsalese Baldassare Marino. “Batassano – ha affermato – fu ammazzato perchè parlava male di Messina Denaro e del capomafia di Mazara Vito Gondola”. Una conferma che in seno a Cosa Nostra non c’è diritto di critica.

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Fogazza, come abbiamo pubblicato qualche giorno fa, ha anche raccontato di  una bimba di cinque anni inconsapevole postino dei “pizzini” del boss.

Fogazza, arrestato l’anno scorso per un omicidio risalente al maggio del 2009, quello di Salvatore Lombardo, ha subito scelto la strada della collaborazione, come d’altra parte ha anche fatto un altro presunto mafioso, Nicolò Nicolosi, arrestato per lo stesso delitto. Fogazza e Nicolosi erano uomini fidati del capo mafia di Partanna Mimmo Scimonelli, anche lui in carcere da qualche tempo. Scimonelli avrebbe dato loro l’ordine di uccidere Lombardo reo di aver commesso un furto proprio ai suoi danni.

Fogazza  ha detto che la figlia di cinque anni veniva utilizzata, a sua insaputa, da Scimonelli per consegnare i “pizzini” del boss Messina Denaro. “Un giorno – ha detto Fogazza –fu mia figlia a raccontarmi dello “zio” Mimmo che la invitava a prendere un gelato e intanto però o in tasca al giubbotto che indossava o nello zainetto metteva dei foglietti”.

Preso Fazzalari, secondo latitante più ricercato dopo Messina Denaro

L’hanno preso nella notte, le teste di cuoio dei carabinieri. Era armato, una pistola con le relative munizioni, Ernesto Fazzalari, latitante da vent’anni, il numero due, dopo Matteo Messina Denaro, nella lista dei più pericolosi ricercati. La notizia dell’arresto è stata data dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi, con un tweet: «Preso nella notte dai carabinieri il boss della ’ndrangheta Fazzalari. Grazie ai giudici e alle forze dell’ordine. W l’Italia».

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L’hanno preso in un casolare di campagna, a Molochio, nella piana di Gioia Tauro. Era ricercato dal 1996, condannato all’ergastolo per duplice omicidio, viveva con una donna di 41 anni che è stata arrestata.

Paradossalmente questo arresto conferma che i boss, i latitanti più pericolosi che hanno la storia di Cosa nostra, della camorra e della ’ndrangheta sono stati tutti catturati. Naturalmente all’appello manca il trapanese Matteo Messina Denaro che con i Corleonesi portò avanti la stagione stragista del 1992-1994. Poi a seguire i ricercati che sono ritenuti oggi i più pericolosi.

Ernesto Fazzalari è stato uno dei protagonisti di quella faida che agli inizi degli anni Novanta insanguinò Taurianova, il centro nella Piana di Gioia Tauro: 32 morti ammazzati. Agli inizi di maggio del 1991 fu ammazzato mentre si trovava dal barbiere il boss Rocco Zagari. Il giorno dopo la vendetta con quattro morti ammazzati. A un salumiere fu mozzata la testa.

Fazzalari, latitante da 20 anni, è stato bloccato a Taurianova all’interno di un’abitazione in un complesso di caseggiati a ridosso di un’impervia area aspromontana vicino Molochio, nella frazione Monte Trepitò. Ad individuarlo sono stati i carabinieri del reparto operativo del Comando provinciale di Reggio Calabria, con la collaborazione del Gruppo intervento speciale (Gis) e dello squadrone Cacciatori Calabria.

Nessuna resistenza
Fazzalari è stato sorpreso nel sonno. L’uomo non ha opposto resistenza e subito dopo l’irruzione dei militari del Gis ha fornito le proprie generalità lasciandosi ammanettare. Nel corso della successiva perquisizione i carabinieri hanno trovato una pistola, con munizioni, che il latitante non ha avuto il tempo di utilizzare.

Nella casa, insieme al latitante, era presente anche una donna di 41 anni che è stata arrestata con l’accusa di procurata inosservanza di pena e concorso in detenzione di arma comune da sparo e ricettazione.

Il raggio d’azione della cosca
Fazzalari era ritenuto elemento di vertice dell’articolazione territoriale della `ndrangheta operante prevalentemente a Taurianova, Amato e San Martino di Taurianova e con ramificazioni in tutta la provincia e in altre in ambito nazionale.

“Fazzalari è stato sorpreso nel sonno. L’uomo non ha opposto resistenza ”

Renzi ha anche commentato l’operazione su Facebook: «Continuiamo a combattere la criminalità ovunque, palmo a palmo, casolare per casolare». «Una bellissima domenica! Questa notte – racconta il premier -: i Carabinieri hanno arrestato in Aspromonte Ernesto Fazzalari, ricercato da vent’anni, considerato il secondo latitante più pericoloso d’Europa e il più feroce capo della ndrangheta».

«Sono orgoglioso – afferma Renzi – delle donne e degli uomini che servono lo Stato e a nome di tutti gli italiani ho chiamato il Comandante Del Sette e il Procuratore Capo di Reggio Calabria Cafiero de Raho per esprimere loro la nostra gratitudine più affettuosa. Grazie davvero dal profondo del cuore! Viva l’Italia!».

I SETTE SUPER LATITANTI D’ITALIA

Procuratore Dda, arresto Fazzalari è storico

Merito, secondo il procuratore, di una squadra in cui tutti hanno remato dalla stessa parte: «I Carabinieri sono stati eroici. La forza della `ndrangheta – ha sottolineato Cafiero De Raho – è l’appartenente alle forze dell’ordine colluso, il magistrato che si comporta in un certo modo con la `ndrangheta, quando addirittura non sia esso stesso responsabile di gravi reati che lo avvicinano alla ´ndrangheta. Ebbene, in una situazione qual è appunto il tessuto sociale in cui in Calabria ci muoviamo, è evidente che arrivare a Taurianova, in una villetta, e fare un intervento di questo tipo e un’attivita’ investigativa di questo tipo, non può passare sotto silenzio, credo che sia un fatto che va trattato esaltando il momento di grande successo di uno Stato che continua ad andare avanti superando qualunque barriera, e soprattutto il silenzio della gente».

La cattura del latitante, secondo il procuratore, rappresenta anche un ulteriore segnale di speranza alla società oppressa dal giogo della `ndrangheta: «In passato ho detto, la gente la comprendo, perche’ avere paura e non parlare, in una situazione in cui le cosche dominano occupando ogni spazio di libertà della gente, è certo che si ha paura. Però credo che la situazione è cambiata, abbiamo dei testimoni che sono commercialisti, imprenditori, abbiamo degli arresti eccellenti, non abbiamo piu’ latitanti. Questo che significa? Che non esistono territori indenni dal controllo dello Stato. È questo l’elemento che secondo me va sottolineato e va portato alla gente perché possa riflettere sull’importanza di una collaborazione. Oggi possono collaborare, perché nello Stato hanno magistrati e appartenenti alle forze dell’ordine che sono dalla loro parte, che sono pronti ad andare contro chiunque, anche coloro che appartengono agli stessi organismi in cui noi stessi operiamo».

Messina Denaro, parla Principato: i rapporti con la 'ndrangheta, la figlia, i soldi

I rapporti fra la malavita organizzata calabrese e Matteo Messina Denaro sono basati su punti incontrovertibili. Contatti con la ‘Ndrangheta ci sono dai tempi di Riina. Non c’è niente di nuovo”. Lo ha dichiarato Teresa Principato, procuratore aggiunto di Palermo, intervenuta telefonicamente nel corso del programma “Gli Intoccabili”, condotto da Klaus Davi su LaC Tv e che è possibile rivedere al seguente link https://www.youtube.com/watch?v=scLaNrf1o0o.

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 “Possiamo affermare dalle nostre indagini che la ‘ndrangheta ha sostenuto la latitanza di Matteo Messina Denaro. In questo momento il suo business principale è soprattutto il traffico di droga. Io credo che tema moltissimo che qualcuno possa venderlo“, ha detto il magistrato.

Una notizia inedita quella che vede la ‘ndrangheta gestire la latitanza dell’ultimo superboss siciliano, anche se Principato sottolinea come “i rapporti fra la malavita organizzata calabrese e Matteo Messina Denaro sono basati su punti incontrovertibili, contatti con la ‘ndrangheta ci sono dai tempi di Riina. Non c’è niente di nuovo”. Il procuratore aggiunto di Palermo ha anche spiegato che “la leadership della ‘ndrangheta è dovuta al fatto che non c’è stato obiettivamente lo stesso lavoro se non da cinque sei anni, da quando è arrivato a Reggio Calabria il dottor Pignatone e adesso De Raho. Ma prima c’erano erano molto pochi risultati”.

Già in passato Nicola Gratteri, ex procuratore aggiunto a Reggio Calabria e nuovo procuratore capo di Catanzaro, aveva sottolineato come si fossero ormai invertiti i rapporti di forza tra calabresi e siciliani. “Ora – aveva detto il magistrato – è Cosa nostra che chiede all’ndrangheta la droga, si rifornisce dalla criminalità calabrese, che ha preso le redini di questo traffico a tutti gli effetti. Anche Cosa nostra americana non parla più italiano, non c’è più il legame di prima con la Sicilia. Adesso la mafia americana si affida ai calabresi per spaccio e traffico, soprattutto di cocaina”.Ed è proprio in relazione alla forza economica e criminale derivata dal narcotraffico su scala mondiale che Messina Denaro ha deciso di affidarsi agli ‘ndranghetisti. Come dire che sono i calabresi a proteggere l’eterna fuga del pupillo di Totò Riina, l’ultimo boss stragista latitante ormai dal lontano 1993.

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Ecco altri estratti dell’intervista:

“A gente come Messina Denaro del carcere non frega nulla tanto una volta usciti, ammesso che accada, tornano a fare le cose di prima. Sono i soldi che li fanno impazzire”.

Non ho mai parlato di avvicinamento con la figlia. Per quello che sono le nostre indagini questo non è venuto alla luce. Non ci sono stati segnali di dissociazione, assolutamente no” ha detto Principato in merito al rapporto tra il boss latitante Matteo Messina Denaro e sua figlia.

Stiamo ottenendo un importante successo poiché il cognato di Matteo Messina Denaro ha rivelato molte cose di quel personaggio, definendolo un parassita, uno che vuole solo soldi e si disinteressa di ogni altra cosa” . “Ha raccontato tutta una serie di altre cose che per la famiglia sono state certamente un danno, quindi una grossa falla – ha proseguito la dott.ssa Principato –. Noi verifichiamo anche dalle intercettazioni, dalle indagini in corso una grande sfiducia nei confronti di questa persona soprattutto perché non si manifesta lasciando il paese anche per le necessità più urgenti, in stato di abbandono”

Per rivedere la puntata integrale http://gliintoccabili.it/index.php/puntate.

Mafia, condanne per esponenti del clan Messina Denaro

 Il gup di Palermo Walter Turturici ha condannato complessivamente a 80 anni di carcere 6 esponenti del clan del boss latitante Matteo Messina Denaro. Per 5 l’accusa era di associazione mafiosa, uno rispondeva di favoreggiamento. A 17 anni sono stati condannati Domenico Scimonelli, ritenuto tra gli uomini più vicini al capomafia trapanese, colletto bianco che avrebbe reinvestito anche in Svizzera i soldi del boss, Pietro Giambalvo e Michele Gucciardi.
Rispettivamente 12 e 13 anni hanno avuto Michele Terranova e Vincenzo Giamabalvo, 4 Giovanni Loretta, accusato di favoreggiamento. Il processo si è svolto in abbreviato. L’accusa in giudizio era sostenuta dal pm Paolo Guido.

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Tra i condannati c’è anche Giovanni Loretta, che giusto poche settimane fa aveva ottenuto la scarcerazione in seguito ad un ricorso in Cassazione dei suoi legali.

Fino al marzo 2010 il sistema di trasmissione della corrispondenza era stato gestito dai cognati del latitante, Vincenzo Panicola e Filippo Guttadauro, e dal fratello Salvatore. Sono stati tutti arrestati quattro anni fa nell’operazione Eden e così Messina Denaro avrebbe guardato al passato per rimpiazzarli. Un passato che si fa presente nella figura di Vito Gondola, nome storico della mafia trapanese, e giudicato separatamente. La sua posizione è stata stralciata per gravi motivi di salute. Come storico è il ruolo in Cosa nostra di Michele Gucciardi, boss di Salemi, che il postino di Messina Denaro lo aveva già fatto negli anni Ottanta. E “pizzinaro” in epoca più recente lo era già stato anche Domenico Scimonelli, originario di Partanna.

A loro si sarebbero aggiunti degli insospettabili come Michele Terranova, proprietario della masseria divenuta la stazione di posta. Parlavano di “mangimi”, “spargi-concime” e “forbici da tosa”, ma in realtà discutevano dei pizzini di Messina Denaro. Si incontravano all’aperto dove è stato complicatissimo piazzare microspie e telecamere. Sapevano di essere seguiti dagli investigatori ma, come diceva lo stesso Gondola, “non è che uno si… impressiona non deve camminare più… se dobbiamo camminare dobbiamo camminare…”.

L’imperativo era cautela. I pizzini sono arrivati, dal 2011 al 2014, tre al massimo quattro volte l’anno. Andavano letti e subito distrutti. Poi, toccava a Gondola distribuire gli ordini e attendere l’arrivo delle risposte che andavano preservate dagli occhi indiscreti. “…abbasta questo Vicè … questo vieni qua prendi il martello… zappa qua sotto…”, diceva Gondola a Vincenzo Giambalvo che aveva fatto “un poco di buco”. Un codice cifrato teneva sotto copertura i mittenti, anche se Gondola sapeva bene chi fossero gli autori (“… quello di Salemi … ha scritto…”). Così come conosceva la tempistica delle comunicazioni: “A quindici giorni… oggi ne abbiamo due… uno… trentu … uno… perciò giorno 16, giorno 15 noi ci dobbiamo vedere”. E lo sapeva pure Gucciardi: “…entro il 15 queste cose devono partire destiniamo la data per buono, il 14 va bene… il 14, alle case la dove ci sono le olive… tu a Mimmo gli fai sapere che entro il 15… prima… no giorno 15, prima di giorno 15 si deve incontrare con lui…”. Che aggiungeva: “Io me lo immaginavo che c’era qualcosa in arrivo con la stessa carrozza arrivaru”.

Messina Denaro, gli affari, la massoneria. Le accuse di un pentito alla Monterosso

“Messina Denaro e il telefono imprendibile da 4000 euro”. Si intitola così un articolo de ‘Il Fatto Quotidiano’ pubblicato ieri.  Un articolo a margine del quale, piovono accuse, addirittura, nei confronti del segretario generale della Regione siciliana, Patrizia Monterosso.

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“Le ultime rivelazioni di Tuzzolino – recita l’articolo – sono nei verbali depositati nel processo d’appello all’ex governatore siciliano Raffaele Lombardo, condannato a sei anni e otto mesi per mafia. L’architetto sottoposto al programma di protezione svela l’esistenza di una loggia massonica segreta a Castelvetrano che incassa una tangente del 5 per cento per ogni appalto del fotovoltaico, chiamata “il Tronco della vedova” e che, sostiene Tuzzolino, finisce nelle tasche di una fedelissima di Crocetta, la potente segretaria generale della presidenza della Regione, Patrizia Monterosso…

Nei verbali riportati dal Fatto, Tuzzolino dichiara:  “Patrizia Monterosso era una nostra sorella in massoneria e si occupava degli interessi della Loggia La Sicilia. Si è occupata di far comunicare la massoneria di Trapani con Raffaele Lombardo, ad esempio, nell’interesse della società Vento Divino, di Nicastri, poi sequestrata. La Monterosso faceva parte della Loggia di Castelvetrano, poiché era la più vicina al presidente…

Le accuse che non sono sfuggite al Movimento 5 stelle che chiede chiarezza “Le notizie riportate  dal Fatto Quotidiano – si legge in una nota – che riguardano il segretario generale della Regione, Patrizia Monterosso, sono gravissime e meritano un celere approfondimento, per questo abbiamo chiesto la sua convocazione in commissione antimafia”.

I deputati 5stelle Ciaccio e Zito, componenti della commissione antimafia dell’Ars, hanno  inviato la richiesta di convocazione dell’alto burocrate al presidente della commissione Musumeci.

“I fatti raccontati – dicono i deputati pentastellati – sono gravissimi, l’apertura di una indagine conoscitiva è quantomeno doverosa”

L’articolo riporta le dichiarazioni dell’architetto Giuseppe Tuzzolino, definito “cerniera tra mafia, politica e massoneria”, arrestato nel 2013 e in seguito divenuto collaboratore delle Procure siciliane.

“Le ultime rivelazioni di Tuzzolino – recita l’articolo – sono nei verbali depositati nel processo d’appello all’ex governatore siciliano Raffaele Lombardo, condannato a sei anni e otto mesi per mafia. L’architetto sottoposto al programma di protezione svela l’esistenza di una loggia massonica segreta a Castelvetrano che incassa una tangente del 5 per cento per ogni appalto del fotovoltaico, chiamata “il Tronco della vedova” e che, sostiene Tuzzolino, finisce nelle tasche di una fedelissima di Crocetta, la potente segretaria generale della presidenza della Regione, Patrizia Monterosso…

Nei verbali riportati dal Fatto, Tuzzolino dichiara:  “Patrizia Monterosso era una nostra sorella in massoneria e si occupava degli interessi della Loggia La Sicilia. Si è occupata di far comunicare la massoneria di Trapani con Raffaele Lombardo, ad esempio, nell’interesse della società Vento Divino, di Nicastri, poi sequestrata. La Monterosso faceva parte della Loggia di Castelvetrano, poiché era la più vicina al presidente…

“A prescindere dagli ultimi fatti – afferma Ciaccio – ricordiamo a Crocetta che la presenza della Monterosso ai vertici della burocrazia regionale è assolutamente inopportuna: va rimossa. La pesantissima condanna definitiva della Corte dei conti ai suoi danni per la questione degli extrabudget alla Formazione e un macigno, non certo una multa”.

Le dichiarazioni di Tuzzolino sono state ovviamente smentite dalla Monterosso. “Non conosco Tuscolino, non ho mai avuto interessi a Castelvetrano, né mi sono mai occupata di fotovoltaico”.  Monterosso ha anche detto che non ha mai fatto parte della massoneria. Ora l’alto funzionario regionale annuncia querela per calunnia ai danni di Tuscolino, pentito la cui attendibilità è stata spesso in discussione.

Per il resto, le dichiarazioni di Tuzzolino, danno anche qualche curiosità sulla latitanza di Messina Denaro, che utilizzerebbe  un telefono cellulare che si chiama “Vertu”, che costa 4 mila euro, e non è intercettabile. Una latitanza nascosta per un periodo ad Almeria, in Andalusia, dove ha ricevuto una busta con 300 mila euro:

“So che il figlio di Ciccio La Rocca (capomafia di Caltagirone, ndr) era in contatto via Voip con Matteo Messina Denaro. Usano un cellulare che si chiama Vertu, che costa circa 4.000 euro e che a detta dei tecnici della Sio che ne consigliano l’uso, non è intercettabile a seguito della installazione di un particolare programma da loro stessi progettato. Quanto al figlio di Ciccio La Rocca posso dire che fui incaricato di portare in Spagna circa 300.000 euro – parte del guadagno di 1 milione di euro, proveniente dall’appalto della Libertinia – che io consegnai a Denaro, che quest’ultimo, a sua volta, diede a Salvatore Cannatella il quale è titolare di una importante società agroalimentare che funge da banca per la criminalità organizzata. Io ho ritirato il denaro presso la sede della consortile, nel palazzo La Barbera, proprio da La Rocca, chiuso in una busta. Dopo qualche giorno sono stato io a partire per portare la busta ad Almeria, in Spagna da Matteo Messina Denaro”.

Il racconto di Tuzzolino ha portato la polizia statunitense a cercare anche in una cassaforte di New york, per trovare foto e documenti di Matteo Messina Denaro, senza però trovare nulla.

Matteo Messina Denaro latitante nel «Palazzo di ferro» in via dei Cantieri, a Palermo

Matteo Messina Denaro latitante nel «Palazzo di ferro» in via dei Cantieri, a Palermo, sotto la responsabilità dei mafiosi dell’Acquasanta: il pentito Vito Galatolo ne parla al processo Apocalisse, nello stesso contesto in cui aveva descritto il progetto di attentato alla vita del pm Nino Di Matteo, ordito, secondo lo stesso ex boss del quartiere, proprio dal superlatitante di Castelvetrano.
Il mistero dei rapporti tra Messina Denaro e i palermitani continua: perché Galatolo insiste nel dire che il peso del capomafia trapanese è determinante, al punto che Cosa nostra palermitana, senza discutere, avrebbe dovuto uccidere il pm della trattativa Stato-mafia.

Il boss sarebbe stato latitante pure nel capoluogo dell’Isola: Galatolo sostiene di avere appreso in carcere dallo zio Pino Galatolo, «però non posso dire se è vero o no, che era appoggiato in via dei Cantieri».

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Secondo il pentito “la leadership di Cosa nostra ce l’ha Matteo Messina Denaro, che è anche figlioccio di Salvatore Riina e tutti a Palermo si sono accodati. Quello che prendeva tutti i contatti, e che era molto legato a lui, era Mimmo Biondino”. E a confermargli il dato sarebbero stati anche altri soggetti come “Nino Sacco, uomo d’onore della famiglia di Brancaccio, poi dalla famiglia di Santa Maria di Gesù, da Piero Pilo, detto Billy, da Nino Corso, da Giampaolo Corso, a cui lui ha fatto fare di nuovo le famiglie, i mandamenti, Santa Maria di Gesù, Brancaccio, Corso dei Mille, San Lorenzo”.
Che Messina Denaro abbia da sempre un rapporto speciale con la famiglia Biondino è un dato acquisito da tempo, tanto che lo stesso superlatitante intervenne in prima persona nel 2008 proprio a protezione dei figli di Girolamo e Salvatore Biondino che stavano tentando una sorta di scalata all’interno della famiglia mafiosa di San Lorenzo. All’epoca il reggente riconosciuto era Mariano Troia ed erano sorti dei contrasti che avrebbero potuto portare anche a fatti di sangue. Persino i Capizzi si attivarono con lo stesso boss trapanese tramite Franco Luppino e la risposta non tardò ad arrivare. “Sandro- scriveva Messina Denaro – ma né ora né mai… ti posso già subito dire, fin da adesso vai tranquillo. Primo perché non se n´è parlato mai…però non li toccate perché sono figli di amici, di picciotti che ci tengo”.


Al processo “Apocalisse” Galatolo ha poi ribadito chel’ordine di morte di uccidere il magistrato Nino Di Matteo, titolare assieme al procuratore aggiunto Vittorio Teresi ed i sostituti Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene dell’indagine sulla trattativa Stato-mafia, fosse arrivato tra settembre e dicembre 2012 proprio da Messina Denaro, indicato come “il fratellone”.