Giacomo di Girolamo e Nicola Biondo
C’è un pezzo di Sicilia che oggi sembra naturale considerare intoccabile: il mare di Macari, la Baia Santa Margherita, il Bue Marino, la costa tra San Vito Lo Capo e Custonaci. Luoghi entrati nell’immaginario turistico dell’Isola, paesaggi da cartolina, scenari di vacanza, natura e identità mediterranea. Eppure tutto questo, più di mezzo secolo fa, rischiò di essere cancellato da un progetto industriale che avrebbe cambiato per sempre il volto della Sicilia occidentale: una grande raffineria petrolchimica in uno dei tratti più belli del litorale trapanese.
È questa la storia riportata al centro della memoria pubblica da “Paradiso Salvato”, il docufilm diretto da Nicola Biondo e Giacomo Di Girolamo, proiettato al Teatro Comunale di San Vito Lo Capo nel corso di una giornata che è stata insieme racconto, commemorazione e riflessione civile. Non soltanto la presentazione di un’opera cinematografica, dunque, ma un momento collettivo per ricordare una scelta che ha inciso sul destino economico, sociale e ambientale di un territorio.
La proiezione, realizzata sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, ha richiamato cittadini, studenti, rappresentanti delle istituzioni e amministratori locali. Presenti, tra gli altri, il sindaco di San Vito Lo Capo Francesco La Sala, rappresentanti del Libero Consorzio Comunale di Trapani, del Comune di Custonaci e i deputati regionali Dario Safina e Stefano Pellegrino. Una partecipazione che conferma quanto quella vicenda non appartenga solo al passato, ma continui a parlare al presente della Sicilia e alle sue scelte di sviluppo.
Negli anni Settanta l’idea di industrializzazione era spesso associata alla promessa del lavoro e della modernità. In molte aree del Mezzogiorno il petrolchimico veniva presentato come la via più rapida per uscire dall’arretratezza. Anche per la costa trapanese si immaginava un futuro fatto di impianti, serbatoi, infrastrutture industriali e traffici legati alla lavorazione del petrolio. L’area tra San Vito Lo Capo, Macari e Custonaci, oggi simbolo di bellezza e turismo, era stata individuata come possibile sede di una raffineria.
Contro quel progetto si mosse una mobilitazione ampia, trasversale, fatta di amministratori, cittadini, studiosi, pescatori, professionisti, esponenti del mondo scientifico e uomini delle istituzioni. Una battaglia che oggi può essere letta come una delle prime grandi mobilitazioni ambientaliste della Sicilia contemporanea, in anticipo rispetto a un linguaggio che sarebbe diventato comune solo molti anni dopo: tutela del paesaggio, sostenibilità, vocazione naturale dei territori, equilibrio tra sviluppo economico e conservazione delle risorse.
Il docufilm ricostruisce quella stagione attraverso documenti, immagini d’archivio e testimonianze, restituendo il senso di una scelta che non fu semplice opposizione al progresso, ma proposta di un altro modello di crescita. A emergere è la figura dell’onorevole Vincenzo Occhipinti, allora assessore regionale allo Sviluppo economico, indicato come uno dei protagonisti della battaglia che portò al blocco del progetto. Una figura ricordata anche nella parte conclusiva della giornata, con la collocazione di una targa commemorativa a Baia Santa Margherita, luogo simbolo della vicenda.
La memoria, però, non è stata affidata soltanto agli adulti o alle istituzioni. Uno dei passaggi più significativi dell’iniziativa è stata la partecipazione degli studenti delle classi terze dell’Istituto Lombardo Radice-Fermi di San Vito Lo Capo. I ragazzi, coinvolti in un percorso educativo realizzato con il circolo Legambiente Pizzo Cofano, i docenti e il Comune, hanno presentato un lavoro dedicato alla tutela del paesaggio e della costa. Hanno anche realizzato un video, mostrato al pubblico durante la giornata, che ha dato voce allo sguardo delle nuove generazioni.
È proprio questo uno dei punti centrali della vicenda: ciò che oggi appare scontato non lo è affatto. Il mare limpido, le spiagge, le scogliere e la possibilità di costruire un’economia turistica intorno alla bellezza non sono il frutto del caso, ma il risultato di decisioni politiche, scelte civiche e battaglie collettive. Cinquantacinque anni fa quel territorio avrebbe potuto imboccare una strada completamente diversa. Se non lo fece, fu perché una parte della Sicilia ebbe la forza di guardare oltre la promessa immediata dell’industrializzazione pesante e di interrogarsi sul valore reale del paesaggio.
Nicola Biondo, intervenendo durante l’iniziativa, ha sottolineato il valore civile del docufilm: “Paradiso Salvato” non racconta solo una storia del passato, ma una domanda sul futuro. Cinquant’anni fa, ha ricordato, qualcuno guardò quel mare immaginando una raffineria, mentre altri videro in quello stesso mare la possibilità di un destino diverso. È forse questa la lezione più attuale: il futuro dei territori non è mai neutro, non arriva da solo, ma dipende da chi decide di difenderlo e da quale idea di sviluppo riesce a prevalere.
Anche Giacomo Di Girolamo ha richiamato il rischio dell’oblio. La storia del petrolchimico mancato tra San Vito Lo Capo e Custonaci avrebbe potuto restare confinata nei ricordi di pochi, nelle carte d’archivio o nelle testimonianze familiari. Il documentario la restituisce invece alla comunità, trasformandola in racconto pubblico e in strumento di consapevolezza. Perché la bellezza, se non viene ricordata nelle sue fragilità, rischia di essere percepita come qualcosa di eterno e invulnerabile.
Il sindaco Francesco La Sala ha ricostruito il percorso che ha portato alle iniziative commemorative dedicate ai protagonisti di quella mobilitazione. Circa un anno fa è nato un comitato promotore con l’obiettivo di ricordare quanti si opposero alla costruzione della raffineria. Al centro della memoria c’è Vincenzo Occhipinti, ma accanto a lui vengono richiamati anche il ruolo dei cittadini e il contributo di chi seppe documentare e far conoscere la bellezza minacciata di quei luoghi. Tra questi il fotografo Salvatore Margagliotti, che con le sue immagini dall’alto contribuì a mostrare ciò che il territorio rischiava di perdere.
La giornata si è conclusa a Baia Santa Margherita con la cerimonia di collocazione della targa in memoria di Occhipinti. Un gesto simbolico, ma anche politico nel senso più alto del termine: riconoscere che la storia di un territorio è fatta anche da chi dice no quando il prezzo dello sviluppo diventa troppo alto. E da chi, in un momento in cui sembrava prevalere un’idea diversa di modernità, scelse di difendere il mare, la costa, la pesca, il turismo, il paesaggio.
Oggi San Vito Lo Capo è una delle mete turistiche più note della Sicilia. La sua economia è costruita in larga parte su ciò che allora venne salvato: la qualità dell’ambiente, l’identità dei luoghi, la forza attrattiva del paesaggio. Ma “Paradiso Salvato” evita la celebrazione facile e pone una questione più profonda. La Sicilia continua a trovarsi davanti a scelte simili, anche se con forme diverse: infrastrutture, energia, grandi investimenti, uso del suolo, pressione turistica, tutela delle coste. Ogni volta ritorna la stessa domanda: quale sviluppo è davvero utile ai territori?
La risposta che arriva da San Vito Lo Capo non è un rifiuto ideologico della crescita. È, piuttosto, l’invito a distinguere tra crescita e consumo irreversibile, tra lavoro e devastazione, tra modernità e perdita di identità. La battaglia contro la raffineria dimostrò che una comunità può opporsi a un destino già scritto e può indicare una strada diversa. Quel paesaggio, oggi ammirato da migliaia di visitatori, è la prova concreta che la tutela non è immobilismo, ma può diventare economia, attrazione, reputazione, futuro.
Per questo la giornata di San Vito Lo Capo non è stata soltanto un omaggio ai protagonisti di una stagione lontana. È stata una lezione civile per la Sicilia di oggi: ricordare il paradiso salvato significa chiedersi quali altri paradisi, oggi, abbiano bisogno di essere difesi prima che sia troppo tardi.
