Per quasi trent’anni Angelo Pidalà ha vissuto dentro il ritmo veloce di Roma. Moda, spettacolo, sfilate, trasferte, personaggi noti. Una carriera costruita lontano da Longi, il paese dei Nebrodi che aveva lasciato a 17 anni. Poi qualcosa si è incrinato. Non il lavoro. Non il successo professionale. A cambiare è stata la percezione della propria vita. «Stavo male nonostante una carriera ben avviata e una vita realizzata – racconta –. Ma quando hai tutto e stai male, significa che c’è qualcosa che non va. Ho iniziato a pensare davvero a cosa volevo fare da grande. Da lì è cambiato tutto».
La sua storia conta perché racconta un ritorno diverso dalla nostalgia. Pidalà non rientra nei Nebrodi per chiudere una parentesi, ma per aprirne un’altra. Porta con sé mestiere, creatività, inquietudine e una domanda che riguarda molti: dove si può vivere davvero bene, quando la carriera non basta più?
Dal capanno di famiglia alla casa dell’anima
La risposta arriva dopo un viaggio in Australia, nel deserto di Ayers Rock, Uluru per le popolazioni aborigene Anangu. Venticinque giorni che per Pidalà diventano una frattura interiore. Il silenzio del deserto gli restituisce una consapevolezza precisa.«Mi accorsi che la mia anima non era con me – spiega –. L’avevo lasciata nel piccolo capanno di pietra sulle Rocche del Crasto, dove oggi vivo felicemente».
Quel capanno di famiglia, un tempo semplice bivacco, oggi è il Rifugio del Sole. Si trova tra Longi e Alcara Li Fusi, in uno dei punti più scenografici dei Nebrodi. Da lì, nelle giornate limpide, si vedono Palermo, le isole Eolie e l’Etna.«Sono tornato a casa, a Longi, dove ho costruito la mia vita ideale – racconta –. Questo posto è la mia casa dell’anima. Mi coccola quando sono giù, mi fa sentire in pace con il mondo ed è la fonte di ispirazione per tutto quello che faccio».
Per anni Pidalà ha aperto quel luogo ai viaggiatori, ospitando gruppi in tenda durante l’estate. Non cercava il turismo di passaggio. Cercava persone disposte ad ascoltare.«Amo i veri viaggiatori, non i semplici turisti – dice –. Chi viaggia deve essere curioso, deve avere fame di conoscere. Quando qualcuno si ferma qui e ascolta la mia storia, spesso va via con gli occhi lucidi. Il viaggio ha senso quando ti porti dentro non solo il paesaggio, ma anche la storia del luogo e di chi lo vive». Da qualche mese ha smesso di ospitare gruppi per il campeggio. La scelta conferma una nuova fase: il Rifugio del Sole è prima di tutto il centro della sua vita quotidiana.
Arte, lavoro e radici: cosa resta dopo il ritorno
Il rientro a Longi non ha cancellato la sua dimensione creativa. A Roma Pidalà aveva ideato acconciature al cioccolato, vere sculture realizzate con tecnica e fantasia. Poi ha continuato a sperimentare con quadri e ceramiche decorati attraverso un composto a base di cacao, lavorato con altri materiali per renderlo stabile.Oggi guarda al puntinismo, scoperto durante il viaggio in Australia. Sta lavorando a un progetto nuovo: dipingere abiti in cashmere con questa tecnica.
La pandemia ha segnato un altro passaggio. In quel periodo Pidalà ha trovato un impiego stabile a Longi, in un laboratorio che confeziona abiti per grandi firme. «È come se si fosse chiuso un cerchio – racconta –. Da piccolo il mio sogno era fare il sarto».
La vicenda di Angelo Pidalà dice qualcosa anche sui borghi dell’entroterra siciliano. Le aree interne non sono soltanto luoghi da raccontare per lo spopolamento o per il turismo. Possono diventare spazi di ritorno, scelta, produzione culturale e nuova identità. Nel suo caso, Longi non è il paese da cui era partito. È il luogo in cui ha deciso di ricomporre tutto: lavoro, arte, memoria e futuro.
