Un sentiero per raccontare i Nebrodi attraverso la memoria dei carbonai. Non soltanto un percorso naturalistico dentro il Parco, ma un itinerario storico e culturale capace di ricostruire il rapporto secolare tra le comunità dell’entroterra e il bosco. È la proposta contenuta nello studio di Gianni Petino e Giuseppe Biazzo, dell’Università di Catania, pubblicato sulla rivista “Il capitale culturale”, che individua nel “Sentiero tematico del carbone” uno strumento per recuperare un patrimonio rurale quasi scomparso e trasformarlo in una possibile leva di turismo sostenibile.
L’idea è stata al centro anche di un confronto a Longi, durante l’Outdoor Fest, manifestazione dedicata alle attività all’aria aperta e alla valorizzazione delle aree interne dei Nebrodi. Ma il punto non è aggiungere un nuovo tracciato escursionistico a quelli già esistenti. La questione è più profonda: rendere leggibile un paesaggio che oggi viene percepito soprattutto come natura, mentre per secoli è stato anche luogo di lavoro, produzione, fatica, saperi tecnici e relazioni economiche.
Il bosco come paesaggio del lavoro
Nei Nebrodi il carbone non brucia più. Ma la sua storia è ancora dentro i boschi, nei nomi dei luoghi, negli spiazzi, nei percorsi, nelle memorie orali. Il mestiere del carbonaio appartiene a un mondo ormai quasi scomparso, ma per lungo tempo ha rappresentato una parte importante dell’economia delle comunità montane.
Il bosco non era soltanto ambiente da attraversare o da contemplare. Era una riserva di energia, una fonte di reddito, uno spazio produttivo. La produzione del carbone richiedeva conoscenza dei luoghi, capacità tecnica, organizzazione del lavoro e una relazione continua con la montagna. Il carbonaio non era una figura marginale o folkloristica. Era il protagonista di una filiera povera ma essenziale, che collegava le aree interne alla costa e ai mercati.
Secondo lo studio, nei Nebrodi i principali centri della produzione del carbone erano Caronia, Cesarò e San Fratello, con un ruolo anche per Longi e Mistretta. Da queste aree il carico raggiungeva a dorso di mulo la costa tirrenica. Nel 1829, a Sant’Agata di Militello, furono vendute e imbarcate circa ventimila “salme” di carbone, pari a circa cinquemila tonnellate. Un dato che restituisce la dimensione economica di un’attività oggi quasi cancellata dal racconto pubblico del territorio.
Il ciclo della carbonaia
Il lavoro dei carbonai seguiva un ciclo preciso. Prima si individuava il luogo di lavoro, l’“antu”. Poi si preparava il “chianu”, lo spiazzo sul quale costruire la carbonaia. I carbonai realizzavano anche un rifugio provvisorio, il “pagghiaru”, perché il lavoro richiedeva presenza continua e non ammetteva pause.
La legna veniva tagliata, selezionata e disposta con cura. La carbonaia era costruita come una struttura a cupola, coperta con foglie, felci, materiale organico e terra. La cottura durava sette-otto giorni. Il colore del fumo indicava se il processo procedeva correttamente. Quando comparivano venature bluastre, la trasformazione era vicina alla fine. Poi arrivava lo “sfussari”, l’estrazione del carbone cotto.
Era un sapere tecnico tramandato nella pratica. Non ha lasciato grandi monumenti, ma segni minuti. Proprio per questo rischia di sparire più facilmente. Il paesaggio dei carbonai non si impone allo sguardo del visitatore distratto. Va interpretato, spiegato, messo in relazione con i paesi, con i boschi, con le vie di trasporto e con la storia delle comunità.
Un patrimonio da rendere leggibile
Petino e Biazzo leggono questa storia attraverso il concetto di “heritage landscape”, paesaggio patrimoniale. Significa considerare insieme la componente naturale e quella culturale di un territorio. Nei Nebrodi questa chiave è particolarmente efficace: il bosco è natura, ma è anche memoria del lavoro umano.
Da qui nasce il valore del Sentiero tematico del carbone. Non un museo all’aperto costruito attorno a una ricostruzione statica, ma un itinerario capace di raccontare come il bosco sia stato abitato, lavorato e trasformato. Il visitatore non attraverserebbe soltanto un ambiente naturale. Entrerebbe in una geografia del lavoro: i luoghi del taglio, gli spiazzi delle carbonaie, i collegamenti con i centri abitati, le vie verso la costa.
Lo studio osserva che una traccia del Sentiero del carbone è già presente a Portella dell’Obolo, nel territorio di Caronia. Ma quella presenza appare ancora debole: informazioni generiche, assenza di una vera mappa, mancanza di un sistema narrativo capace di trasformare il percorso in esperienza culturale. La proposta degli studiosi punta invece a un salto di qualità: costruire una rete di itinerari, fondata su ricerca geo-storica, osservazioni sul campo e strumenti GIS, capace di restituire la dimensione territoriale del fenomeno.
Turismo sostenibile, non consumo del territorio
Il tema non riguarda solo i Nebrodi. Riguarda più in generale il destino delle aree interne italiane, spesso indicate come luoghi ideali per un turismo lento, naturalistico e sostenibile. Ma il turismo, da solo, non salva i territori. Può portare visitatori, reddito e attenzione. Può però anche trasformare paesi, boschi e tradizioni in prodotti da consumare.
Il rischio è vendere la natura senza capire la storia che contiene. Oppure promuovere i borghi senza interrogarsi su chi li abita ancora. Per questo la proposta del Sentiero del carbone è interessante: non parte dall’idea di aumentare semplicemente i flussi turistici, ma dalla necessità di costruire un racconto radicato nel territorio.
Il visitatore non sarebbe chiamato soltanto a camminare in un bosco. Sarebbe accompagnato a comprenderlo. A riconoscere i segni di un’economia scomparsa. A leggere la relazione tra uomo e ambiente. A capire che il paesaggio dei Nebrodi non è soltanto una risorsa naturale, ma anche un archivio di memorie produttive, sociali e culturali.
Il ruolo delle comunità
Un progetto di questo tipo avrebbe senso solo se costruito con le comunità locali. Il patrimonio territoriale non può essere calato dall’alto, né ridotto a un prodotto turistico confezionato per i visitatori. Deve essere riconosciuto innanzitutto da chi quei luoghi li abita.
Servirebbero guide formate, mappe chiare, segnaletica, archivi orali, laboratori con le scuole, coinvolgimento degli anziani, collegamenti con i paesi, con l’accoglienza diffusa e con le produzioni locali. La memoria dei carbonai non può essere trattata come un oggetto da esporre. Deve diventare una relazione tra generazioni, tra abitanti e visitatori, tra bosco e comunità.
In questa prospettiva, il Sentiero tematico del carbone non sarebbe solo un’infrastruttura turistica. Sarebbe uno strumento culturale. Un modo per restituire valore a conoscenze che rischiano di scomparire e per costruire un’offerta turistica meno generica, più radicata e più coerente con la fragilità delle aree interne.
La sfida dello spopolamento
Il nodo, alla fine, è lo spopolamento. Nei comuni del Parco dei Nebrodi la perdita di popolazione è un fenomeno strutturale. Quando se ne vanno gli abitanti, se ne vanno anche parole, gesti, competenze, memorie minute che nessun cartello turistico può sostituire.
Il Sentiero del carbone, allora, non è soltanto una proposta di turismo lento. È una possibile azione di recupero culturale. Serve a tenere insieme ciò che rischia di disperdersi: il bosco, i paesi, il lavoro, la memoria e la possibilità di costruire sviluppo senza consumare ciò che resta.
Nei Nebrodi il carbone è spento da tempo. Ma proprio da quella cenere può nascere una domanda nuova: come si valorizza un territorio senza trasformarlo in cartolina? La risposta indicata dagli studiosi va in questa direzione: riconoscere il valore dei luoghi prima ancora di venderli. E costruire un turismo che non si limiti a camminare nei boschi, ma impari a leggerli.
