PALERMO — Il voto amministrativo in Sicilia non fa cadere governi e non elegge presidenti, ma questa volta consegna un messaggio politico che a Palazzo d’Orléans nessuno può liquidare come semplice somma di partite comunali. Le urne del 24 e 25 maggio, completate dai ballottaggi del 7 e 8 giugno, hanno coinvolto 71 Comuni dell’Isola, compresi tre capoluoghi — Agrigento, Enna e Messina — con 54 centri al maggioritario e 17 sopra i 15 mila abitanti al proporzionale. Ed è proprio nei centri politicamente più pesanti che il centrodestra, pur restando forte e radicato, mostra le crepe più evidenti.
Il dato politico è tutto qui: la coalizione che governa la Regione non riesce a trasformare il potere regionale in presa amministrativa nei luoghi simbolo. Messina resta saldamente nelle mani di Federico Basile e di Sud chiama Nord, cioè dell’area di Cateno De Luca. Enna torna a Mirello Crisafulli, figura storica del centrosinistra locale, anche senza il simbolo ufficiale del Pd. Marsala passa ad Andreana Patti, sostenuta dal campo progressista. Agrigento, infine, consegna al ballottaggio una vittoria clamorosa a Michele Sodano, candidato del centrosinistra e di Controcorrente. Già al primo turno, nei 17 Comuni sopra i 15 mila abitanti, il quadro di partenza indicato da La Sicilia — 13 amministrazioni riconducibili al centrodestra, 3 al centrosinistra e una a De Luca — era uscito stravolto.
Il colpo più pesante arriva da Agrigento. Michele Sodano ha battuto Dino Alonge con il 72,31 per cento contro il 27,69, in una città che per la prima volta viene amministrata da un sindaco progressista. Non è soltanto una vittoria larga: è una vittoria simbolica, perché arriva nella città dei Templi, perché chiude una stagione di dominio moderato e perché nasce dall’alleanza tra Pd, M5S e Controcorrente. L’affluenza al ballottaggio è scesa al 41,03 per cento, ma il risultato resta politicamente netto: il centrodestra non perde di misura, viene travolto.
E proprio qui entra in scena Ismaele La Vardera, che da fenomeno mediatico e parlamentare irregolare si ritrova a guidare un movimento capace di incidere nei Comuni veri. Controcorrente vince ad Agrigento e replica a Bronte con Giuseppe Gullotta, che batte Giuseppe Castiglione, deputato nazionale di Forza Italia e genero dell’ex senatore Pino Firrarello, con il 63,72 per cento contro il 36,28. Anche in questo caso il centrodestra non può consolarsi con la retorica del voto locale: Bronte era un feudo, e il feudo è caduto.
Il centrosinistra, però, farebbe male a leggere il voto come una marcia trionfale. A Messina la candidata progressista Antonella Russo si ferma al 12,22 per cento, mentre Federico Basile viene rieletto al primo turno con il 58,42, lasciando il candidato del centrodestra Marcello Scurria al 26,9. È la conferma che Cateno De Luca continua a essere un corpo autonomo della politica siciliana: non abbastanza isolato da essere marginale, non abbastanza organico a uno schieramento da essere assorbito. Il suo blocco resta decisivo nello Stretto e potenzialmente negoziabile nel resto dell’Isola.
Anche Enna racconta una storia più complessa della semplice vittoria del centrosinistra. Mirello Crisafulli vince con il 64,11 per cento, staccando nettamente Ezio De Rose, candidato del centrodestra fermo al 32,23. Ma Crisafulli vince soprattutto con la sua storia, la sua rete, la sua forza personale. Il Pd nazionale non gli concede il simbolo, il territorio lo vota lo stesso. È una vittoria del campo progressista, certo, ma anche una lezione ai partiti: in Sicilia, spesso, le comunità politiche pesano più delle sigle.
Marsala completa il quadro. Andreana Patti viene eletta sindaca con il 50,5 per cento, battendo il sindaco uscente Massimo Grillo, fermo al 33,25, e Giulia Adamo al 15,28. Qui il campo largo funziona perché tiene insieme Pd, M5S, Avs, civici e pezzi moderati. È il modello che il centrosinistra vorrebbe esportare: meno testimonianza, più coalizione; meno bandiere isolate, più candidature capaci di parlare anche fuori dal recinto tradizionale.
Dall’altra parte, nel centrodestra, comincia il rito antico del dopo voto: telefonate, vertici annunciati, accuse reciproche, distinguo. Nino Minardo, commissario regionale di Forza Italia, ha parlato della necessità di ritrovare unità, metodo e strategia, ammettendo che i personalismi hanno reso la coalizione meno forte di quanto avrebbe potuto essere. Gianfranco Miccichè è andato oltre, parlando di una crisi profonda del centrodestra siciliano e di una coalizione divisa, frammentata, incapace in troppi Comuni di costruire candidature condivise.
Il punto è questo: il centrodestra continua ad avere governo, deputati, amministratori, apparati, ma perde la narrazione dell’invincibilità. La maggioranza di Schifani non crolla, ma esce meno sicura. Le amministrative non sono regionali, ma spesso anticipano umori, insofferenze, vendette locali, stanchezze dei gruppi dirigenti. Quando una coalizione governa e non riesce a presentarsi compatta, ogni Comune diventa una piccola resa dei conti. E quando perde in città simbolo, il conto politico arriva fino a Palermo.
Il campo largo, al contrario, scopre di poter vincere quando non si limita a sommare simboli, ma costruisce candidature riconoscibili. Vince ad Agrigento con Sodano, a Marsala con Patti, a Enna con Crisafulli. Ma non basta ancora per dire che esista un’alternativa regionale pronta. Perché Messina resta fuori schema, Ispica premia il civico Pierenzo Muraglie con il 56,71 per cento, e in molti Comuni il civismo continua a essere la vera lingua della politica siciliana.
Alla fine il voto consegna tre messaggi. Il primo a Schifani: la coalizione che governa la Regione non può vivere soltanto di rendita nazionale e di equilibrio d’aula. Il secondo al centrosinistra: l’unità paga, ma solo se ha candidati credibili e radicati. Il terzo ai partiti tradizionali: in Sicilia il consenso non si ordina più dall’alto. Si contratta, si consuma, si sposta, spesso si ribella. È il vecchio trasformismo dell’Isola, ma con strumenti nuovi: liste civiche, movimenti personali, coalizioni leggere, sindaci più forti dei partiti.
Per questo il pastone del giorno dopo non racconta soltanto chi ha vinto e chi ha perso. Racconta una Sicilia politica più mobile, meno disciplinata, più insofferente. Il centrodestra resta il perno del potere regionale, ma appare meno compatto. Il centrosinistra torna competitivo, ma non autosufficiente. De Luca resta De Luca. La Vardera prova a diventare qualcosa di più di una sorpresa. E Schifani, da oggi, dovrà guardare le amministrative non come una parentesi locale, ma come il primo avviso serio arrivato dalle urne.
