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Posts tagged as “messina denaro”

Messina Denaro, c'è insofferenza verso di lui nella cosca. Intanto oggi è il 30 Novembre…

Messina Denaro, c’è insofferenza verso di lui nella cosca. Leggete qui: “Sono tutti porci… ma anche questo (Matteo Messina Denaro, ndr), che fa per noi? Niente, si fa i suoi interessi e non ci deve essere rumore. Cioè, arrestano i tuoi fratelli, le tue sorelle e i tuoi cognati e tu non ci muovi? Devi fare bordello, devi dire o li fate uscire o vi faccio saltare tutti in aria”.

Un attacco duro, durissimo, ed una spaccatura clamorosa, quella che lasciano intendere alcune frasi, all’interno di Cosa Nostra, con il capo, il superlatitante Matteo Messina Denaro, che non sembra più essere così rispettato e temuto. E’ questo quello che emerge da un’intercettazione dei carabinieri nel corso dell’inchiesta che ha portato all’arresto di Nicolò Nicolosi, 44 anni, di Calatafimi, e Attilio Fogazza, 44 anni, di Salemi, ritenuti responsabili dell’omicidio di Salvatore Lombardo, ucciso il 21 maggio 2009 con alcuni colpi di fucile calibro l2, mentre si trovava presso il bar Smart Caffè di Partanna, nel trapanese

Non solo frasi non certo rispettose verso l’attuale capo di Cosa Nostra, ma anche un “augurio” per il futuro, ovvero che il boss si ritiri al più presto, sempre che il passaggio di consegne non sia già avvenuto: “Io sono del parere che questo qualche giorno si ritira, a meno che non l’abbia già fatto – dice uno dei due uomini intercettati – e gli altri vanno a fare cose a nome suo quando lui oramai non c’è più, e chissà dove se n’è andato. Andatevi a rompere il culo tutti, qui ormai non c’è più niente. Un movimento, cioè, niente. Dallo un accenno che sei presente, invece proprio niente!”.

“Non è la prima volta – ha spiegato il procuratore aggiunto Teresa Principato – che avvertiamo un forte malcontento verso il capomafia latitante, che viene accusato dai suoi di pensare solo a sè e alle sue esigenze e di non curarsi dei destini dei familiari e degli uomini d’onore finiti in carcere”.

E’ stato pubblicato intanto oggi sul Giornale di Sicilia il necrologio in ricordo di Francesco Messina Denaro, morto il 30 novembre del 1998 da latitante e padre del boss Matteo. Fu stroncato da un malore nel sonno. Il necrologio era in passato ricco di parole e di citazioni, ora stringatissimo. C’è scritto solo “I tuoi cari”. Lo vedete nell’immagine di spalla a questo articolo. Il necrologio, firmato «I tuoi cari» è sempre lo stesso da anni, con il nome di Francesco Messina Denaro scritto al centro in grassetto e la data di morte a sinistra e quella di oggi a destra. Un necrologio sempre più sobrio rispetto a quelli del passato, quando le frasi usate per il ricordo di Francesco Messina Denaro erano, ad esempio: «Ti vogliamo bene, Sei sempre nei nostri cuori» e sempre la firma «I tuoi cari tutti», o ancora (in latino): «È tempo di nascere ed è tempo di morire ma vola soltanto colui che vuole e il tuo volo è stato per sempre sublime…», citazione dall’Ecclesiaste e anche in questa occasione il saluto «In ricordo di te…I tuoi cari». Messina Denaro senior morì, da latitante, il 30 novembre di sedici anni fa d’infarto. Il suo cadavere venne fatto ritrovare nelle campagne di Castelvetrano, vestito di tutto punto, pronto per le esequie. Il figlio, Matteo Messina Denaro, latitante dal 1993, è considerato la ‘primula rossà di Cosa nostra, il capomafia erede di Riina e Provenzano.

Messina Denaro, nuovo colpo: quattro arresti nel suo clan e nuove condanne

I carabinieri del Ros e del comando provinciale di Trapani hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa su richiesta della Procura distrettuale antimafia di Palermo, nei confronti di quattro esponenti di Cosa nostra, indagati per rapina e ricettazione aggravate dalle finalità mafiose. L’operazione si inquadra nelle indagini finalizzate alla cattura del boss latitante Matteo Messina Denaro.

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I militari dell’Arma hanno accertato che dietro all’assalto del novembre 2013 a Campobello di Mazara (Trapani), a una società di trasporti, c’era la famiglia mafiosa di Castelvetrano, che aveva stretto accordi con altre cosche anche per la gestione di altre azioni criminali.

CONDANNA. Per intestazione fittizia di beni, il Tribunale di Marsala ha condannato quattro persone di Castelvetrano (Tp), tra le quali Bice Maria Messina Denaro, sorella del boss mafioso latitante Matteo Messina Denaro, e il marito Gaspare Como.

A quest’ultimo, attualmente agli arresti domiciliari, i giudici hanno inflitto la pena più severa: 3 anni e mezzo di carcere. Bice Maria Messina Denaro è stata, invece, condanna a un anno e mezzo. Gli altri due imputati condannati sono Valentina Como, sorella di Gaspare, e Gianvito Paladino: alla prima sono stati inflitti un anno e 8 mesi, al secondo un anno e mezzo. La pena è stata dichiarata sospesa per Bice Maria Messina Denaro, Valentina Como e Gianvito Paladino. Per alcuni capi d’imputazione, c’è stata l’assoluzione.

Il Tribunale ha, infine, disposto la confisca di alcuni beni mobili e immobili. Secondo l’accusa, allo scopo di evitare la possibile confisca da parte dello Stato, i coniugi Como-Messina Denaro avrebbero intestato fittiziamente alle sorelle Como una ditta che si occupava della vendita di capi d’abbigliamento e a Paladino un’auto volkswagen Tuareg sequestrata nel 2012.
L’inchiesta è stata svolta dalla Dia di Trapani.

Messina Denaro, condanne in appello nel processo "Golem 2". Pd siciliano risarcito con 50.000 euro

Sentenza d’Appello per il processo Golem 2.   La Corte d’Appello di Palermo  ha condannato l’imprenditore, Giovanni Filardo, cugino di Matteo Messina Denaro a 11 anni e 6 mesi reclusione per i reati a lui contestati. Assolto invece, Leonardo Ippolito l’imprenditore di Castelvetrano che era rimasto in carcere per alcuni anni in attesa di giudizio. Ippolito e Filardo erano stati coinvolti nell ’iter giudiziario del processo “Golem 2” che portò in carcere diversi esponenti, ritenuti vicini al super latitante, Matteo Messina Denaro. I giudici della corte d’appello oltre a confermare le condanne emesse in primo grado agli altri imputati dell’operazione “Golem2″ hanno accolto la richiesta di condanna per Giovanni Filardo e respinto la richiesta di pena per Leonardo Ippolito a 18 anni di reclusione, confermando l’assoluzione.

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Confermate le condanne agli altri imputati tra cui il boss latitante Matteo Messina Denaro, condannato a 10 anni per la partecipazione all’associazione mafiosa dal 2008 al 2009: per il periodo precedente c’era a carico del boss una condanna passata in giudicato a 20 anni.

A 14 anni e 6 mesi era stato condannato l’imprenditore Giovanni Risalvato. Dieci anni la pena inflitta a Vincenzo Panicola, cognato di Messina Denaro, 12 a Maurizio Arimondi, 13 a Tonino Catania e a Lorenzo Catalanotto, 4 a Marco Manzo, 2 anni e 3 mesi a Nicolò Nicolosi. Rigettato il ricorso della Procura generale per  Calogero Cangemi.

La sentenza  sancisce il tentativo messo in atto dall’associazione mafiosa trapanese di limitare l’azione politica del Partito Democratico attraverso l’intimidazione al capogruppo in Consiglio comunale di Castelvetrano, riconoscendo un risarcimento al PD regionale, costituitosi parte civile di 50.000 euro.  “Siamo di fronte ad una sentenza per certi aspetti storica, che certifica l’impegno in prima linea del Partito Democratico, dei suoi amministratori e dei suoi rappresentanti contro la mafia e ogni forma di sopruso criminale”. Lo dice il segretario regionale del PD Siciliano Fausto Raciti. La sentenza riconosce un risarcimento di 50 mila al Partito Democratico Siciliano, che si era costituito parte civile nel procedimento relativo alla intimidazione nei confronti del capogruppo PD a Castelvetrano Pasquale Calamia, al quale era stata bruciata la casa.

Matteo Messina Denaro, spunta la pista Svizzera

Matteo Messina Denaro, spunta la pista Svizzera per il boss numero uno di Cosa nostra in Sicilia, ricercato dal 1993. Due i filoni di indagine: uno mira a capire, in base ai risultati dell’ultima operazione “Ermes”, cosa ci facessero in Svizzera i sodali di Messina Denaro (probabilmente prendevano da qualche conto o deposito i soldi per la latitanza del boss), l’altro filone, però, molto più intrigante, segue non i soldi di Messina Denaro, ma le sue orme: insomma, per alcuni investigatori, Matteo Messina Denaro sarebbe in Svizzera e non nel Belice, sua roccaforte. Attenzione, le carte dell’operazione Ermes non rivelano nulla di clamoroso, ma mettendo insieme i pezzi di questa operazione, di fonti investigative varie e di indagini precedenti la Svizzera diventa un posto dove bisognerebbe cercare meglio le tracce di Messina Denaro.

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E così la Procura elvetica ha avviato “un proprio procedimento penale” nei confronti del capo mafioso trapanese, con l’ipotesi che abbia nascosto milioni di euro su conti di banche della Confederazione. La notizia, ripresa dall’agenzia di stampa svizzera Ats dalla “SonntagsZeitung”, è stata confermata dalla portavoce del Ministero pubblico della Confederazione, Walburga Bur. Il pubblico ministero della Confederazione lavora nell’ambito dell’assistenza giudiziaria con gli inquirenti antimafia di Palermo in un gruppo comune. La procura ha esaminato documenti bancari, proceduto a due perquisizioni domiciliari e compiuto un interrogatorio, ma non ha fornito ulteriori dettagli.

Gli inquirenti cercano di fare luce sui viaggi di  Domenico, Mimmo, Scimonelli, titolare di un supermercato a Partanna di Trapani e imprenditore del settore vinicolo.
Considerato uno stretto fiancheggiatore del superlatitante Matteo Messina Denaro, arrestato nell’operazione Ermes, polizia e carabinieri stanno cercando di capire che tipo di interessi avesse nel Nord Italia. Gli inquirenti ipotizzano che le continue trasferte a ridosso della Svizzera servissero come copertura per depositare o prelevare denaro.  A Scimonelli dunque farebbe capo un importante canale finanziario sul quale ci sono indagini in corso. Dei continui viaggi di Scimonellli parla anche Vito Gondola, l’anziano capomafia di Mazara del Vallo, che a proposito dell’imprenditore si lascia scappare un commento non proprio soddisfatto. «Senza che dice…domani devo partire..».

Non è la prima volta che le investigazioni sul boss 53enne toccano la Svizzera. Nel 2013 un sequestro da 38 milioni di euro ha colpito tra gli altri Filippo Greco, imprenditore edile originario di Campobello di Mazara ma da anni trasferitosi a Gallarate in provincia di Varese, risultato in contatto con Franco Luppino, braccio destro del boss. Secondo gli inquirenti, Greco aveva aperto conti cifrati nella Confederazione, tra cui uno dal nome “Barbarella”.  Luppino, incredulo, è stato sentito spiegare a Luppino come riusciva a non far capire niente agli “sbirri” a proposito dei movimenti bancari in Svizzera: “con la minchia… perché quando si va a fare versamenti … non esistono ricevute …niente… vai lì e dici Barbarella! Per esempio hai 100 mila euro…50 mila…5 mila glieli mettonella cassetta di sicurezza…e in qualsiasi momento va lì…puoi metterli o levarli…Non è che la Guardia di Finanza si presenta e vede i conti, deve passare l’autorizzazione per un giudice svizzero e poi vanno dal direttore della banca non è che possono andare direttamente da lui”.

Così il Corriere del Ticino spiega agli Svizzeri chi è Matteo Messina Denaro:

Matteo Messina Denaro, soprannominato “u siccu” (“il magro”) ma anche “Diabolik” come il suo fumetto preferito, è succeduto al padre Francesco quale “capomandamento” di Castelvetrano (Trapani). Oltre a controllare tutta la provincia di Trapani estende il suo potere anche a Palermo, tanto da essere considerato il successore di Totò Riina e Bernardo Provenzano a capo di Cosa Nostra. Le ultime sue foto conosciute risalgono ai primi anni Novanta. A Messina Denaro vengono addebitati oltre 50 omicidi. L’ultima condanna definitiva a suo carico è dell’ottobre 2013, a 27 anni e un mese di reclusione per associazione mafiosa.

Negli ultimi mesi gli inquirenti italiani hanno aumentato gli sforzi per mettere le mani su di lui e smantellare la sua rete e i flussi finanziari di cui si avvale, che gli inquirenti ritengono passino anche per la Svizzera. In diversi blitz sono stati sequestrati denaro e beni per milioni di euro. Sono stati inoltre arrestati diversi familiari e presunti complici.

Ai primi di agosto si è appreso che come già accadde per un altro padrino di peso, Bernardo Provenzano, i contatti del boss mafioso viaggiano attraverso la rete dei “pizzini”, bigliettini ripiegati tanto da diventare minuscoli, avvolti nello scotch perché nessuno ne legga il contenuto. I favoreggiatori li prendono, li nascondono sotto i sassi e li consegnavano ad altri postini in un giro tortuoso di cui non si conoscono ancora molti passaggi. Meno fortunato, però, è stato l’esito della caccia ai pizzini: in tre anni di indagine neppure un bigliettino scritto a mano dal solito fedelissimo del boss, mai identificato, è finito nelle mani degli investigatori.

Police in Sicily arrested 11 suspected mobsters helping Sicilian mafia boss Messina Denaro

Police in Sicily arrested 11 suspected mobsters they believe were helping Sicilian mafia boss Matteo Messina Denaro evade capture and spread his orders to the rest of the criminal organisation.

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The suspects used coded language and hand-written notes to communicate with the highest-ranking Sicilian mob boss currently at large, police said in a statement.

Messina Denaro has been sought since 1993 for planting bombs that killed 10 people in Florence and Milan.

Since 2012, Italy‘s Carabinieri police had staked out an isolated farmhouse in southwestern Sicily with high-tech surveillance equipment. They observed the meetings in which the mobsters would gather to read Messina Denaro’s messages.

To tell one of the group that there was a message waiting, the owner of the farm would communicate in code words, like “the sheep need shearing” or the “the hay is ready”, police said.

The messages, known as “pizzini”, were handwritten by Messina Denaro himself, folded into small balls and wrapped in adhesive tape. They were hidden in the ground under a rock, and then destroyed after they were read, police said.

Italian Prime Minister Matteo Renzi hailed the arrests as a blow to the mafia, urging police to continue their work and “finally capture the most-wanted fugitive”.

To avoid police wiretaps and surveillance, the Sicilian mafia has long used written correspondence instead of any form of electronic communication.

Denaro’s predecessor as boss of bosses, Bernardo Provenzano, was captured in a farmhouse near his hometown of Corleone in 2006 with several pizzini on his desk.

The Sicilian mafia, known as Cosa Nostra, was once Italy’s most powerful criminal group but has lost some of its sway due to the state’s success in capturing most of its top bosses.

Meanwhile, across the Strait of Messina, the Calabrian mafia, known as the ‘Ndrangheta, has grown stronger by becoming one of Europe’s biggest smugglers of cocaine from South America.

Matteo Messina Denaro è un parassita che gode di protezioni di alto livello

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Matteo Messina Denaro è un parassita che gode di protezioni di alto livello. Lo ha detto il procuratore aggiunto Teresa Principato illustrando i risultati dell’operazione antimafia Ermes, che ha fatto nuovamente terra bruciata intorno al boss di Cosa nostra, latitante dal 1993.  Come ha raccontato Il Mattino di Sicilia, la polizia ha arrestato 11 fiancheggiatori del capomafia latitante Matteo Messina Denaro.

L’operazione è stata coordinata dalla Dda di Palermo, con perquisizioni nelle province di Palermo e Trapani nei confronti di capi delle famiglie di Cosa Nostra trapanese e di presunti favoreggiatori del padrino latitante.
Queste le persone arrestate nell’ambito della indagine Ermes, sui fiancheggiatori del boss latitante Matteo Messina Denaro: Giovanni Loretta, 42 anni, Leonardo Agueci, 27 anni, Pietro Giambalvo 77 anni, Vincenzo Giambalvo 38 anni, Giovanni Scimonelli 48 anni, Vito Gondola 77 anni, Giovanni Mattarella 49 anni, Michele Terranova 45 anni, Sergio Giglio 46 anni, Michele Gucciardi 61 anni e Ugo Di Leonardo, 73 anni. Gondola, Gucciardi, Scimonelli, i due Giambalvo, padre e figlio, Giglio, Di Leonardo e Terranova, sono indagati per associazione mafiosa, Mattarella, Agueci e Loretta per favoreggiamento aggravato dalla modalità mafiosa, per aver agevolato la latitanza del boss mafioso Matteo Messina Denaro.

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 “Matteo Messina Denaro è una sorta di parassita che non tiene conto dei legami familiari, ma usufruisce dei soldi che i componenti della sua famiglia e del clan possono fargli avere” ha detto il procuratore  Principato.  magistrato, che ha coordinato l’inchiesta insieme ai pm Paolo Guido e Carlo Marzella, ha aggiunto: “Nonostante il territorio sia più che sorvegliato e da anni si susseguono operazioni, ancora non siamo riusciti a prendere il latitante. Questo può significare solo che gode di protezioni ad alto livello”.

 “Matteo Messina Denaro non sta sempre nel Trapanese, ma si sposta dalla Sicilia e anche dall’Italia” ha aggiunto Principato. “Quando sente stringersi attorno a lui il cerchio – ha spiegato – taglia i contatti con i fedelissimi finiti sotto indagine”.

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Nell’operazione antimafia Ermes, che ha portato all’arresto di 11 fiancheggiatori del mafioso latitante Matteo Messina Denaro, è stata scoperta la rete di comunicazione del boss col tradizionale metodo dei pizzini. Lo smistamento dei bigliettini avveniva in due masserie nelle campagne di Mazzara del Vallo e Campobello di Mazzara, di proprietà di due allevatori, oggi arrestati, Vito Gondola e Michele Terranova. I pizzini venivano nascosti sotto sassi.

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“Le indagini escludono che sia in corso una sorta di camorrizzazione di Cosa Nostra. La mafia resta una organizzazione unitaria”. Lo ha detto il procuratore di Palermo, Francesco Lo Voi, alla conferenza stampa sugli arresti dei fiancheggiatori del boss Matteo Messina Denaro.
“Queste considerazioni – ha aggiunto – non escludono che ogni mandamento e ogni provincia possano anche curare i propri interessi, ma le decisioni sono prese collettivamente”.

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 “Gli 11 arrestati nell’ambito dell’inchiesta sui favoreggiatori del boss Matteo Messina Denaro non sono semplici tramiti con il capomafia, ma ricoprivano ruoli di vertice nelle cosche trapanesi”: lo ha detto il procuratore di Palermo Francesco Lo Voi. “Non bisogna farsi trarre in inganno dal fatto che fossero semplici allevatori – ha spiegato il procuratore aggiunto Teresa Principato – si tratta di fedelissimi di Messina Denaro, alcuni dei quali già arrestati in precedenza, con un peso all’interno dell’organizzazione”. Il procuratore ha anche sottolineato le particolari tecniche investigative utilizzate nell’indagine. “L’inchiesta – ha detto – si è avvalsa di metodologie molto sofisticate”.

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Matteo Messina Denaro: chiesti in appello 10 anni nel processo "Golem 2"

Matteo Messina Denaro: chiesti in appello 10 anni nel processo “Golem 2” dal pg di Palermo Luigi Patronaggio. Il padrino di Castelvetrano è accusato di associazione mafiosa. Il processo si celebra in appello. In primo grado Messina Denaro aveva avuto 10 anni per la partecipazione a Cosa nostra dal 2008 al 2009, per il periodo precedente c’era a suo carico una condanna passata in giudicato a 20 anni.

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L’accusa ha poi chiesto la conferma delle pene inflitte in primo grado a Nicolò Nicolosi e Marco Manzo, che avevano avuto rispettivamente 2 anni e 3 mesi e 4 anni. Patronaggio ha poi chiesto la condanna a 25 anni di Giovanni Risalvato, 16 di Vincenzo Panicola, cognato di Messina Denaro, 20 di Lorenzo Catalanotto e 15 di Maurizio Arimondi. Per Leonardo Ippolito sono stati sollecitati 18 anni, per Giovanni Filardo 21, per Tonino 21 e per Calogero Cangemi 6. Gli imputati rispondevano, a vario titolo, di mafia, intestazione fittizia di beni e danneggiamento. Il processo nasce dall’inchiesta denominata “Golem 2” che ha fatto luce sulla rete dei colonnelli e dei gregari del boss latitante.

Per la prima volta, nel precedente grado di giudizio, era stato riconosciuto a Messina Denaro il ruolo di capo dei clan di Trapani e Palermo. Il tribunale gli aveva dato 10 anni per la partecipazione all’associazione mafiosa dal 2008 al 2009, in quanto per il periodo precedente c’era a carico del boss una condanna passata in giudicato a 20 anni.

Il pg ha inoltre chiesto la condanna a 18 anni di reclusione per Leonardo Ippolito (assolto in primo grado insieme a Giovanni Filardo, Filippo Sammaritano e Giovanni Stallone, nonostante le condanne richieste dall’accusa). Secondo i pm del processo in primo grado era proprio nell’officina di Ippolito che sarebbero stati convocati i summit di mafia. Condanna richiesta dal pg anche per Filardo e Tonino Catania (21 anni di reclusione), 6 anni per Calogero Cangemi.
Nel corso delle complesse attività di indagine e processuali è stato consentito di individuare ruoli, strategie e modalità operative di Cosa nostra trapanese, che assumeva condotte illecite volte a realizzare i propri interessi e diretta dallo stesso Messina Denaro. Alla sbarra esponenti strategici delle famiglie mafiose di Campobello di Mazara e di Castelvetrano, che hanno ricoperto un ruolo fondamentale nel sostegno alla latitanza di Messina Denaro, curando i canali riservati di comunicazione con i vertici di Cosa nostra palermitana, ma anche riuscendo a garantire documenti d’identità falsi e realizzando una rete per le numerose azioni estorsive. Tra le vicende portate alla luce, anche alcuni incendi ordinati dal boss, come quelli che hanno colpito il consigliere comunale Pasquale Calamia, colpevole di avere auspicato in consiglio comunale a Castelvetrano la cattura di Messina Denaro, o l’imprenditore Nicolò Clemenza che si era fatto promotore della creazione di un consorzio di produttori oleari che avrebbe dato fastidio al super latitante.

IL COMMENTO DELL’ASSOCIAZIONE GEORGOFILI. Se da una parte non possiamo che essere contenti per la richiesta di ulteriori 10 di anni di condanna, in appello, a Matteo Messina Denaro per Associazione mafiosa.
Dall’altra siamo a dir poco scandalizzati.
Infatti Matteo Messina Denaro è già condannato con sentenza passata in giudicato per strage terroristica eversiva, quella del 27 Maggio 1993 nel centro storico di Firenze.
Quindi questa ulteriore richiesta di condanna gli sarebbe dovuta essere notificata in carcere, non mentre stà, probabilmente, spaparanzato al sole di qualche tropico, a seguire in diretta gli arresti di presunti terroristi islamici che potrebbero fare attentati.
Del resto lui Matteo Messina Denaro gli attentati li ha già fatti, ha picchiato nei posti giusti al momento giusto, perché arrestarlo?

Giovanna Maggiani Chelli
Presidente
Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili

Clan Messina Denaro, prime richieste di pena nel processo "Eden 2"

Clan Messina Denaro, sono stati chiesti complessivamente 94 anni di carcere per i 13 imputati alla sbarra a Palermo nel processo con rito abbreviato (gup Sestito) che ha preso il via dall’operazione Eden 2, che a Castelvetrano  e Palermo ha fatto nuovamente piazza pulita, lo scorso dicembre, di alcuni tra i più fidi collaboratori del boss Messina Denaro.  Tra questi Luca Bellomo nipote “del cuore” del boss latitante Matteo Messina Denaro. Pesanti richieste per i castelvetranesi, Lillo Giambalvo, consigliere comunale e per Peppe Fontana detto “Rocky”, che ancora oggi dai domiciliari si definisce “prigioniero di stato”, mentre gira su Change.org una petizione, addirittura, per chiederne la liberazione. Il personaggio principale di questo giro è  Girolamo “Luca” Bellomo, marito di Lorenza Guttadauro, figlia della sorella del capo mafia e di un altro capo mafia, Filippo Guttadauro. Al momento degli arresti il nome che fece piùù scalpore, però, fu quello del consigliere comunale di Castelvetrano, Lillo Giambalvo (intercettato, fu sentito dire a proposito del boss e killer di mafia Matteo Messina Denaro: «La verità ti dico: ci fossero gli sbirri qua? E dovessi rischiare a metterlo in macchina e fallo scappare, io rischierei. Perché io ci tengo a queste cose. Mi farei per lui 30 anni di carcere»,) appartenente al gruppo di Articolo 4, vicino al deputato regionale Paolo Ruggirello, oggi nel Pd. . I pm della Dda Maurizio Agnello e Carlo Marzella hanno chiesto complessivamente 94 anni di carcere e circa 40 mila euro di multa. Per Girolamo “Luca” Bellomo,la richiesta è stata di 14 anni, Ruggero Battaglia 8 anni, 15 anni sono stati chiesti per Rosario Cacioppo, per Leonardo Cacioppo 14 anni, 7 anni per Salvatore Marsiglia, 2 anni per Benito Morsicato, 9 anni per Giuseppe Nicolaci, 8 anni per Salvatore Vitale. Per Lillo Giambalvo, 7 anni, per Giuseppe Fontana, 5 anni e 4 mesi. Un anno e 6 mesi per Marco Giordano, 1 anno e 2 mesi per Giovanni Ligambi, 2 anni per Salvatore Lo Piparo.  Hanno anche discusso le parti civili tra queste Libero Futuro, la ditta Tnt (che ha subito un attentato), l’associazione antimafie e antiracket Paolo Borsellino onlus di Marsala e l’associazione Libera, che si sono unite alle richieste di condanna dei pm.

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Mafia,confiscati i beni all’imprenditore Mazzara di Paceco. Allo Stato beni per 26 milioni di euro

C’è anche un albergo, il Panoramic di San Vito Lo Capo, tra i beni che furono dell’imprenditore Michele Mazzara di Paceco, in provincia di Trapani, e oggi passati allo Stato dopo il sequestro ed il relativo procedimento del 2012.  E’ stata la Questura di Trapani  ad eseguire  il decreto del tribunale di Trapani per la confisca di beni per 26 milioni di euro all’imprenditore  di 55 anni, condannato per favoreggiamento del boss mafioso latitante Matteo Messina Denaro. Secondo le indagini Mazzara da coltivatore in pochi anni è diventato un ricco imprenditore del settore agricolo, edile e alberghiero. Alle indagini patrimoniali ha partecipato la Guardia di Finanza.

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La confisca segue il provvedimento del 2012. Arrestato nel 1997 per associazione mafiosa, Mazzara copriva la latitanza del capomafia latitante, trovandogli nascondigli sicuri e luoghi da usare per i summit. Michele Mazzara ed i suoi prestanome, soprattutto a partire dagli anni ’90, hanno accumulato un immenso patrimonio immobiliare, con l’acquisto di ettari di terreno, poi ulteriormente accresciuto con analoghi e consistenti acquisti, a fronte di dichiarazioni al fisco di redditi pressoché inesistenti. Nelle immagini si possono vedere le diverse strutture sottoposte al sequestro e oggi confiscate.

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Tra i beni sequestrati e oggi confiscati 99 immobili – tra i quali terreni per 150 ettari e alberghi -, 8 auto, tra cui due Suv , 17 automezzi agricoli, 86 tra conti correnti e rapporti bancari e 3 società: la Asa Srl Azienda Siciliana Alberghiera, che opera nel settore della ristorazione; la Nicosia Francesco & Vincenzo s.n.c., impresa edile, e la Villa Esmeralda di Di Salvo Piacentino Giuseppa & C. s.n.c. che fa assistenza residenziale per anziani. –Ad accusare Mazzara ci sono anche alcuni collaboratori di giustizia come Francesco Milazzo, ex killer della cosca mafiosa di Paceco, Vincenzo Sinacori, ex capo del mandamento di Mazara del Vallo, e Vincenzo Ferro. I pentiti lo descrivono come un fedelissimo dei boss Vincenzo Virga e Filippo Coppola e parlano del suo ruolo nella copertura della latitanza del padrino latitante Matteo Messina Denaro. Mazzara ha patteggiato la pena in un processo per favoreggiamento.

Ma i magistrati della Dda sono convinti che dopo la condanna Mazzara, avrebbe invece rafforzato il suo ruolo in Cosa nostra con speculazioni immobiliari. In particolare avrebbe costruito alberghi a San Vito Lo Capo, Castelluzzo e Macari ma realizzato anche immobili tra Paceco e Trapani, opifici per l’ammasso di cereali e olio, diventando «l’ispiratore occulto di diverse iniziative imprenditoriali», come sostengono gli inquirenti.

Consegnati ai Vigili del Fuoco camion confiscati ai Messina Denaro

I camion di Matteo Messina Denaro sono stati consegnati ai Vigili del Fuoco: a darne notizia è il Pd Davide Mattiello. “Ancora un bel risultato dell’Agenzia Nazionale per i beni sequestrati e confiscati, diretta dal Prefetto Postiglione ma è urgente la riforma che ha l’obiettivo di potenziare e migliorare gli strumenti attraverso cui si passa dal sequestro alla destinazione. Riforma la cui responsabilità sta nelle mani del Governo e del Parlamento”.