Press "Enter" to skip to content

Posts tagged as “Svimez”

Sicilia, nasce l’Osservatorio Economico e Sociale

Con la firma del protocollo di oggi, Irifs e Svimez, hanno dato vita all’Osservatorio Economico e Sociale sulla Sicilia. Nell’ambito di tale progetto potranno scambiarsi dati e informazioni sull’economia siciliana, utili per individuare i fattori che caratterizzano la struttura produttiva dell’Isola. L’obiettivo è individuare le attività che il governo regionale e l’Irfis potranno adottare per favorire la creazione e il rafforzamento delle imprese che operano sul territorio siciliano.

“Stiamo lavorando – ha spiegato il governatore Nello Musumeci – per modernizzare la Sicilia e trasformarla in una regione realmente europea, e i dati che ci aspettiamo di ricevere dall’Osservatorio potranno esserci d’aiuto nella messa a punto di misure economiche in grado di trasformare la nostra Isola, da terra di emigrazione, in terra di immigrazione. Perché solo una economia solida e dinamica è in grado di bloccare il flusso ininterrotto di ragazzi che la lasciano per andare a cercare fortuna altrove”.

L’attività dell’Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno si svolgerà su tre livelli di intervento: realizzazione di analisi quadro e di scenario sull’economia e la società siciliana; stima dell’impatto territoriale delle principali misure di politica economica nazionale e regionale; ricognizione dei fabbisogni economici e sociali della Regione per rilanciare il comparto economico e produttivo.

“L’obiettivo – ha spiegato il presidente dell’Irfis, Giacomo Gargano – è quello di mettere a punto una lente di ingrandimento sulle esigenze dell’economia siciliana per calibrare le politiche di sviluppo del Governo regionale e creare nuovi strumenti finanziari da parte di Irfis. Sono decenni – ha proseguito – che in Sicilia si fa credito senza avere una visione complessiva dell’economia dell’Isola, e questo modo di procedere, nonostante l’enorme quantità di denaro messa in campo dai precedenti governi regionali, non è riuscita a fare crescere il nostro sistema imprenditoriale. Adesso è tempo di smettere di procedere per tentativi e di usare tutti quegli strumenti di analisi e di previsione che ci possono aiutare a capire quali sono i settori dove bisogna concentrare le risorse disponibili, per creare, finalmente, un ambiente competitivo e attraente per le imprese”.

I rapporti, che saranno pubblicati dall’Osservatorio con cadenza trimestrale a partire dal prossimo mese di dicembre, diventeranno uno strumento fondamentale per progettare le politiche necessarie allo sviluppo dell’imprenditoria e per misurarne l’efficacia, in modo da adeguare l’azione della Giunta regionale e dell’Irfis alle esigenze delle aziende.

“Insieme agli altri soggetti coinvolti – ha sottolineato il direttore di Svimez Luca Bianchi – vogliamo costruire strumenti di analisi e di riflessione sul territorio. Questo sarà, dunque, un periodo di accompagnamento finalizzato a identificare se le politiche messe in atto anche con le risorse esistenti, sia dei fondi nazionali che regionali, sono coerenti con l’obiettivo che noi tutti abbiamo e che è quello di aumentare l’occupazione e ridurre la piaga ormai devastante dell’emigrazione. I dati che metteremo nel prossimo report, e che parlano di oltre 30mila persone che lasciano la Sicilia, rappresentano un pezzo di futuro che se ne va e su cui dobbiamo intervenire”.

Secondo l’assessore regionale dell’Economia Gaetano Armao “è fondamentale per la politica economica della Regione avere dati, proiezioni e analisi aggiornate e integrate”. “Poter contare sulla collaborazione di Svimez, che è il principale istituto che si occupa di crescita del Mezzogiorno, di prospettive e dinamiche del Sud – ha aggiunto – è molto prezioso e ci consentirà di essere efficaci nella prefigurazione degli scenari dei prossimi anni della Sicilia nel contesto del Sud e del Mediterraneo”. 

Sicilia maglia nera in Europa per l’occupazione femminile

Secondo i dati dello Svimez, in Sicilia lavora meno di una donna su tre in età occupazionale, con una percentuale che arriva appena al 29,2%. In particolare, il campione di riferimento prende in considerazione il tasso d’occupazione femminile tra 15 e 64 anni.

var obj_4w = obj_4w || []; obj_4w.push({'cid':'4w_238216_417612508', 'ic':"238216;110950;80350;0", 'format':'4W-IN'}); https://static.4wnetwork.com/js/sdk.min.js

La Sicilia è infatti preceduta da Campania (29,4%), Calabria (30,2%) e Puglia (31,7). In tutti questi casi, si tratta di un dato che è più basso di regioni come la Guiana francese, l’Estremadura spagnola, la Tessaglia la Macedonia. Anche nell’enclave spagnola di Melilla in Marocco si riscontrano dati più confortanti.

Confrontando il tasso di occupazione delle 19 regioni e le due province autonome italiane con il resto delle 276 regioni europee emerge un quadro alquanto problematico. Il confronto – sottolinea la Svimez – conferma la peculiarità della situazione italiana: solo la provincia di Bolzano si colloca nella prima metà delle regioni europee, con un tasso di occupazione femminile pari a 71,5%, alla posizione 92 nella graduatoria. Seguono Emilia Romagna, Valle d’Aosta e la provincia di Trento, con tassi di occupazione femminili intorno al 65%, in linea con la media europea dei 28 Paesi membri che è pari al 66,3%.

Gli enti territoriali del Sud sono distanziati da quelli del Centro-Nord d’Italia, con Puglia, Calabria, Campania e Sicilia che raggiungono un tasso di occupazione medio che si aggira intorno al 30%, di circa 35 punti inferiori della media europea. Tra le regioni meridionali le posizioni meno sfavorevoli sono quelle Abruzzo, con un tasso di occupazione pari al 47,6%, Molise e Sardegna con tassi di occupazione intorno al 45%.

Servizi pubblici, rilancio degli investimenti per superare divario Nord-Sud

Nei servizi di pubblica utilità, la possibilità di colmare il divario tra il Nord e il Sud passa necessariamente per un rilancio degli investimenti nelle società partecipate.

var obj_4w = obj_4w || []; obj_4w.push({'cid':'4w_238216_417612508', 'ic':"238216;110950;80350;0", 'format':'4W-IN'}); https://static.4wnetwork.com/js/sdk.min.js

Il tema è stato oggi al centro all’Università “Aldo Moro” di Bari del Convegno “Servizi idrici e ambientali nel Mezzogiorno: proposte di sviluppo”, promosso da Utilitalia (la federazione delle imprese idriche, energetiche e ambientali), in occasione del quale sono stati presentati la ricerca di SVIMEZ sul ruolo dei servizi idrico-ambientali per lo sviluppo del Mezzogiorno e il “Rapporto Sud” curato dalla Fondazione Utilitatis.

E’ stato un momento di confronto particolarmente importante mentre è in discussione, nella Commissione Ambiente della Camera, la proposta di legge Daga che prevede un radicale riassetto dei servizi idrici; e in una fase in cui le norme europee impongono all’Italia di raggiungere in breve tempo target stringenti nel campo della gestione dei rifiuti.

Nelle 8 Regioni del Sud e delle Isole (Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna) sono 245 le aziende attive nel settore delle utilities. Rispetto al Nord, le imprese meridionali del settore sono troppo poche – 1,4 società ogni 100 mila abitanti, rispetto a una media nazionale di 3,2 – e il più delle volte sottodimensionate economicamente. Di conseguenza, la produzione di servizi di pubblica utilità al Sud, circa 201 euro per abitante, è meno di un quarto di quella del resto del Paese (972 euro). A una produzione troppo contenuta si affianca un livello troppo basso di investimenti, con poco più di 22 euro per abitante contro 124, sia pur con significative differenze a livello territoriale: in Puglia sono stati investiti in servizi di pubblica utilità 44,6 euro, oltre tre volte rispetto alla Campania (13,1).

Secondo le ricerche commissionate da Utilitalia a SVIMEZ e alla Fondazione Utilitatis, nel 2016 il comparto dei servizi di pubblica utilità ha generato al Sud un valore della produzione di oltre 4 miliardi di euro (l’1,1% del PIL del Mezzogiorno), realizzato investimenti pari a mezzo miliardo di euro e impiegato oltre 25 mila addetti. Eppure, se si realizzasse un miliardo di euro di investimenti aggiuntivi nel settore delle utilities (il doppio di quanto realizzato nel 2016), verrebbero generati un incremento di produzione permanente di 900 milioni di euro, con un PIL aggiuntivo di mezzo miliardo e 11.000 nuovi posti di lavoro. Ma vi è di più. In un’ottica temporale pluriennale, un investimento aggiuntivo di 5 miliardi determinerebbe effetti più che proporzionali rispetto a quelli prodotti con l’investimento di un solo miliardo, riducendo significativamente il gap con il Nord.

Nel Mezzogiorno, in sostanza, gli investimenti presentano una capacità di creare valore superiore ad altre aree del territorio nazionale, anche in termini più che proporzionali all’investimento stesso.

Nel settore idrico persistono numerose gestioni in economia e si registra una minore presenza di società partecipate (70% di abitanti serviti contro il 95%) rispetto al resto del Paese; sarebbe invece opportuna una normazione regionale ispirata ai principi dell’aggregazione, per superare le frammentazioni del servizio in una logica industriale. Le reti del Mezzogiorno registrano le perdite più alte d’Italia (51%, a fronte di una media nazionale del 41) e quanto alla depurazione, dei 1122 agglomerati in infrazione comunitaria, ben 761 hanno sede al Sud; le regioni con il più alto numero di infrazioni sono Sicilia, Calabria e Campania, territori dove il processo di consolidamento della governance è in forte ritardo, con un’elevata frammentazione gestionale e una diffusa presenza di gestioni in economia.

Il tutto costituisce un forte freno anche rispetto all’attuazione degli investimenti: il tasso si ferma al 53% contro una media nazionale del 75.   Alcuni segnali positivi sembrano però emergere dalla più recente pianificazione, che prevede per il Mezzogiorno un investimento pro-capite superiore alla media nazionale: per il periodo 2016-2019 si prevede di investire 65 euro per abitante l’anno, a fronte dei 55 euro del Centro-Nord.

Analoghe problematiche, d’altronde, si registrano sul fronte dei servizi ambientali, con una percentuale di raccolta differenziata ferma al 42% (20 punti percentuali in meno rispetto al Nord), un eccessivo ricorso alla discarica (40% a fronte del 16 del Centro-Nord) e unadotazione impiantistica ancora insufficiente, che è alla base della dipendenza da altre regioni per soddisfare il bisogno di trattamento.

Tutto ciò determina tariffe per i cittadini superiori rispetto al resto del Paese, con un aggravio di spesa che arriva a 70 euro l’anno per famiglia. Dal punto di vista gestionale, è evidente la scarsa presenza di società a controllo pubblico: 2 abitanti su 3 sono serviti da società private – e per alcune fasi del ciclo, ancora direttamente dai comuni – e la maggior parte dei rifiuti viene trattata in impianti privati.

Per Nicola De Sanctis, presidente della commissione Mezzogiorno di Utilitalia e amministratore delegato di Acquedotto pugliese, “il settore idrico e il settore ambientale rappresentano un’opportunità vera di crescita per il territorio. Esistono dei gap infrastrutturali e occorre dire che le regioni del Mezzogiorno negli ultimi anni si sono allineate alla crescita del resto d’Italia. Esistono comunque delle differenze rilevanti tra i vari territori. In questo senso la Puglia è partita molto forte e già l’anno scorso l’Acquedotto pugliese ha chiuso con 36 euro ad abitante di investimento, una cifra molto vicina alle migliori utility del Nord. Per fare nuovi investimenti c’è bisogno di alcune ricette importanti. Occorrono innanzitutto operatori rilevanti, che abbiano le capacità di gestire le complessità del ciclo degli investimenti e l’articolazione del servizio ai cittadini nei suoi molteplici aspetti. Le aziende e in particolare quelle di dimensioni minori devono rafforzarsi, e noi come Utilitalia stiamo lavorando insieme per progetti concreti di sviluppo. Gli investimenti infrastrutturali hanno la caratteristica di essere di medio-lungo termine. Dal momento in cui si pensa un’opera, occorre ottenere tutte le autorizzazioni, poi fare la progettazione esecutiva, quindi le gare e infine realizzarla. Sono cicli che richiedono anche numerosi anni e quindi occorre perseverare per raggiungere gli obiettivi”. Per quanto riguarda la depurazione delle acque, “la Puglia è andata molto bene, sono stati fatti investimenti enormi e la rete dei depuratori è molto forte: sono state affrontate le criticità e la regione rappresenta oggi un caso davvero positivo. Gli investimenti sono e saranno forti e noi completiamo il ciclo e affiniamo l’acqua per il riuso finale. Anche sotto il profilo ambientale, quindi, i progressi che sono stati fatti sono notevoli”.

Per Stefano Besseghini, presidente dell’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente (ARERA), “il ruolo della regolazione è quello di dare un segnale di stabilità e coerenza che si sottrae ai cicli della politica, e può dare un contributo anche nel colmare il gap Nord-Sud ancora esistente nel settore dei servizi idrici e dell’ambiente. Allo stesso modo può rispondere alle necessità di cooperazione tra tariffa e investimenti pubblici, adeguandosi in modo flessibile, anche con meccanismi rispettosi delle specificità territoriali, per risolvere temi come quelli ancora presenti nel Mezzogiorno o per supportare temi strategici come quello dell’innovazione”.

Adolfo Spaziani, senior advisor di Utilitalia, ha infine invitato a “riflettere sui dati e non su principi ideologici. Se l’economia va nella direzione che sembra e il mondo ha problemi climatici da affrontare, rischiamo di sbagliare direzione se polverizziamo le nostre forze. Abbiamo una differenza sostanziale tra aree agiate dell’Italia e zone in difficoltà. Gli investimenti attraverso i servizi pubblici, tutti i servizi pubblici, hanno un effetto moltiplicatore più alto che in altre zone del Paese. Con questo studio, come aziende, abbiamo fatto la nostra parte, abbiamo messo a disposizione del governo e del legislatore i numeri dei settori dell’acqua e dell’ambiente e l’analisi ragionata di questi stessi dati. Insieme alle tante posizioni espresse e ai documenti depositati nelle audizioni alla Commissione Ambiente della Camera, ora non mancano gli elementi necessari per prendere decisioni ponderate”.

Svimez: “342 mila siciliani hanno diritto al reddito di cittadinanza”

I nuclei familiari potenziali beneficiari del reddito di cittadinanza, secondo le elaborazioni Svimez, in Sicilia sono 342.880 (il dato comprende tutte e tre le fasce di reddito previste da 0 a 9000 euro).

var obj_4w = obj_4w || []; obj_4w.push({'cid':'4w_238216_417612508', 'ic':"238216;110950;80350;0", 'format':'4W-IN'}); https://static.4wnetwork.com/js/sdk.min.js

A Palermo sono 100.800, ad Agrigento, 27.900, a Caltanissetta 21.400, a Catania 80.300, a Enna 10.500, a Messina 33.400, a Ragusa 16.800, a Siracusa 24.800 a Trapani 26.900.

Il reddito di cittadinanza per 9 mesi del 2019 in Sicilia sarebbe di 2 miliardi 715.039.628 euro.

Lo Svimez specifica che ”si considerano potenziali beneficiari del reddito di cittadinanza i nuclei familiari con Isee da 0 a 9000 euro per provincia (dichiarazioni relative al 2016). Per l’ampiezza delle famiglie si prendono i dati Istat relativi alle famiglie in povertà assoluta. Alle famiglie con un componente vanno 780 euro, per le famiglie di 2 componenti si parte dal valore medio di 1092 euro che applica la scala di equivalenza nell’ipotesi semplificatrice che i nuclei siano composti per il 50% da due adulti e per il 50% da un adulto ed un minore. Nello stesso modo si procede per le classi di ampiezza successive”.

”La stima – prosegue – è fatta considerando che il 50% dei nuclei familiari ha la casa di proprietà per cui al 50% dei nuclei va l’intero sussidio all’altro 50% il sussidio meno l’affitto figurativo di 280 euro. Quando da Isee nullo si passa alle classi superiori si ipotizza una distribuzione normale per cui il reddito medio annuo è rispettivamente 1.500, 4.500 e 7500 euro e quindi il reddito mensile 125, 375 e 625. Il sussidio va a coprire la differenza tra reddito e soglia massima per ogni classe”.

Svimez: “Sicilia è la regione del Sud Italia che cresce meno”

È la Sicilia la regione meridionale che cresce meno, segnando un rallentamento rispetto a Calabria, Sardegna e Calabria. Se nel 2017 queste ultime hanno sfiorato un tasso di sviluppo del +2% (rispettivamente 2%, +1,9% e +1,8%), l’Isola invece si è fermata allo +0.4%. È quanto emerge dalle anticipazioni del Rapporto Svimez 2018 sul Mezzogiorno, presentato questa mattina a Roma.

var obj_4w = obj_4w || []; obj_4w.push({'cid':'4w_238216_417612508', 'ic':"238216;110950;80350;0", 'format':'4W-IN'}); https://static.4wnetwork.com/js/sdk.min.js

Secondo i dati dell’Associazione per lo sviluppo e l’industria nel Mezzogiorno, la Sicilia rallenta il suo range di crescita: nel 2016 infatti l’Isola aveva registrato un +1%. A frenare l’andamento dell’economia siciliana è il settore delle costruzioni che fa segnare il -6,3% nel periodo 2015-2017.  Al contrario, l’industria in senso stretto fa segnare nel triennio di ripresa una performance importante (+14,1%), anche l’agricoltura fa registrare un andamento complessivamente positivo (+2%) e così i servizi (+1,6%).

A livello generale, nel Mezzogiorno, il numero di famiglie meridionali con tutti i componenti in cerca di occupazione è raddoppiato tra il 2010 e il 2018, passando da 362 mila a 600 mila (nel Centro-Nord sono 470 mila). Il numero di famiglie senza alcun occupato è cresciuto anche nel 2016 e nel 2017, in media del 2% all’anno, nonostante la crescita dell’occupazione complessiva, a conferma del consolidarsi di aree di esclusione all’interno del Mezzogiorno, concentrate prevalentemente nelle grandi periferie urbane. Si tratta di sacche di crescente emarginazione e degrado sociale, che scontano anche la debolezza dei servizi pubblici nelle aree periferiche.

La situazione è ancora più drammatica se si guarda ai giovani. “Negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 883 mila residenti: la metà giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati, il 16% dei quali si è trasferito all’estero. Quasi 800 mila non sono tornati”, si legge nel Rapporto.

Rapporto Ismea-Svimez: l'agricoltura spinge l'economia del Sud

(adsbygoogle = window.adsbygoogle || []).push({});
(adsbygoogle = window.adsbygoogle || []).push({});

Cresce il valore aggiunto, crescono le esportazioni, gli investimenti e l’occupazione. L’agricoltura spinge l’economia del Sud che ha performance migliori rispetto al Nord del Paese. Lo si evince dal Rapporto Ismea Svimez sull’agricoltura del Mezzogiorno che evidenzia l’ottima performance che il settore primario ha avuto nel 2015 e nel 2016. L’agricoltura diventa protagonista della ripresa economica: particolarmente significativa è la dinamica dell’occupazione giovanile, cresciuta nel Mezzogiorno del 12,9%, più della media italiana. E anche il peso dell’imprenditorialità giovanile agricola è in evidente crescita: quasi 20 mila imprese il saldo positivo al Sud nei primi mesi dell’anno scorso.

Il Sud riparte grazie all’agricoltura

var obj_4w = obj_4w || []; obj_4w.push({'cid':'4w_238216_417612508', 'ic':"238216;110950;80350;0", 'format':'4W-IN'});

Per la prima volta dopo molti anni, nel 2015 il Mezzogiorno è cresciuto più del resto del Paese: Il Pil del Sud registra una crescita dello 0,8%, contro lo 0,5% del Centro-Nord. Si tratta di decimali, ma il dato è estremamente significativo, perché inverte una tendenza consolidata.
Protagonista della ripresa dell’economia meridionale è l’agricoltura: la sua crescita (+7,3%%) è molto maggiore di quella dell’agricoltura del Centro-Nord (+1,6%) e, nell’area, estremamente migliore di quella dell’industria (-0,3%) e dei servizi (+0,8%).

I principali numeri della ripresa

La ripartenza della produzione agricola.
Nel 2015 il valore aggiunto agricolo in Italia ha superato i 33 miliardi. Tra il 2014 e il 2015 l’incremento in termini reali è stato del 7,3% contro l’1,6% del Centro Nord. Le regioni meridionali che hanno avuto gli andamenti migliori nel 2015 sono state Calabria, grazie soprattutto all’olio d’oliva, (il settore olivicolo però nel 2016 avrebbe vissuto una pessima annata con pesanti flessioni produttive, a causa di fenomeni atmosferici e legati a infestazioni di parassiti) e Campania, con aumenti del valore della produzione superiori al 40%.

(adsbygoogle = window.adsbygoogle || []).push({});

La forte spinta dell’export
Nel 2015 le esportazioni italiane sono state pari a 36,8 miliardi (+7,3%). Nel 2015 sono cresciuti del 15,5% i prodotti agricoli meridionali (Centro Nord +9,6%) e del 7,6% quelli alimentari del Sud (Centro Nord +6,3%). In Europa il principale Paese importatore di prodotti alimentari meridionali è la Gran Bretagna. I dati del 2016 dell’export agroalimentare, recentemente resi noti dall’Istat, rappresentano un nuovo record: 38,4 miliardi (+3,9%).

(adsbygoogle = window.adsbygoogle || []).push({});

La ripresa degli investimenti e la produttività
Nel 2015 il valore degli investimenti fissi lordi in agricoltura al Sud si è attestato su 2 miliardi e 217 milioni (+9,6% rispetto al 2014).

(adsbygoogle = window.adsbygoogle || []).push({});

Il rilancio dell’occupazione
Nel 2015 l’occupazione agricola al Sud era pari a circa 500 mila unità (+3,8% rispetto al 2014, pari a 18 mila persone). L’aumento ha riguardato sia i dipendenti che gli autonomi, ma al Sud sono più i primi nel Centro Nord i secondi. I posti di lavoro continuano a crescere anche nel 2016 (+5,8% nel primo trimestre, +6,5% nel secondo). L’aumento riguarda soprattutto i giovani under 35 (+9,1%).

Il crescente protagonismo dei giovani

L’agricoltura ha assunto un ruolo di primo piano nella creazione di nuova occupazione giovanile al Sud. Un dato va valorizzato: nell’anno accademico 2015/2016 gli immatricolati all’università del gruppo agrario hanno raggiunto un livello di quasi il 20% maggiore rispetto a dieci anni prima. Nella prima metà del 2016 l’occupazione giovanile in agricoltura è cresciuta dell’11,3% in Italia, e del 12,9% al Sud. Una crescita alla quale ha dato un decisivo contributo il lavoro a tempo pieno (+14,4%). Anche il peso dell’imprenditorialità giovanile agricola è in forte crescita: quasi 20 mila imprese il saldo positivo al Sud dei primi mesi del 2016. Il maggior contributo è venuto dalla Basilicata, dalla Calabria e dal Molise, seguite a ruota da Campania, Sicilia e Sardegna. Ma, nonostante questi andamenti incoraggianti, l’inerzia degli squilibri del passato li rende comunque insufficienti ad assicurare un adeguato ricambio generazionale. Si tratta di un fenomeno preoccupante, a cui si sta tentando di rispondere con misure dedicate al primo insediamento e con politiche di sostegno e detassazione dell’imprenditoria giovanile. L’attrazione che l’agricoltura esercita nelle giovani generazioni è l’elemento da cui partire per rafforzare un quadro che fa ben sperare sul versante occupazionale.
Andamento degli Occupati dipendenti 15-34 anni in agricoltura dal 2008 al 2016 per carattere dell’occupazione ed area geografica

Multifunzionalità leva di sviluppo

La diversificazione del settore agricolo si sta sviluppando sempre più nel corso degli ultimi anni: energie rinnovabili, agriturismo, agricoltura sociale sistemazione di parchi e giardini.
Nel Sud queste attività connesse alle aziende agricole valgono 958 milioni e concorrono per il 5% al Valore aggiunto del settore primario. In questi ambiti, però, il Mezzogiorno è ancora indietro rispetto al Centro Nord: emblematico il caso degli agriturismi, che nelle aree meridionali sono meno del 20% del totale nazionale.

IGP e DOP al Sud

Nel Sud le Indicazioni Geografiche Protette sono 41, le Denominazioni di Origine Protetta 65. Oltre il 70% dei riconoscimenti riguarda 4 Regioni, Campania, Calabria, Puglia e Sicilia. La categoria più numerosa è quella degli ortofrutticoli, 47, seguita dagli oli, 26, e dai formaggi, 14. Tra i primi 5 prodotti che in Italia determinano da soli oltre il 60% del fatturato all’origine, ve ne è uno solo meridionale, la mozzarella di bufala. Per quanto riguarda i vini, sono Puglia e Sicilia i due bacini meridionali più rilevanti. Tra le prime 10 DOP solo 2 sono meridionali, Montepulciano d’Abruzzo e Sicilia.

if("undefined"==typeof window.datawrapper)window.datawrapper={};window.datawrapper["szUwV"]={},window.datawrapper["szUwV"].embedDeltas={"100":480,"200":432,"300":400,"400":400,"500":368,"600":368,"700":368,"800":368,"900":368,"1000":368},window.datawrapper["szUwV"].iframe=document.getElementById("datawrapper-chart-szUwV"),window.datawrapper["szUwV"].iframe.style.height=window.datawrapper["szUwV"].embedDeltas[Math.min(1e3,Math.max(100*Math.floor(window.datawrapper["szUwV"].iframe.offsetWidth/100),100))]+"px",window.addEventListener("message",function(a){if("undefined"!=typeof a.data["datawrapper-height"])for(var b in a.data["datawrapper-height"])if("szUwV"==b)window.datawrapper["szUwV"].iframe.style.height=a.data["datawrapper-height"][b]+"px"});

Le filiere agroalimentare al Sud

L’agricoltura nel Mezzogiorno è orientata in prevalenza alle produzioni vegetali, molto meno alla zootecnia. Il Sud detiene, infatti, quasi la metà (46%) del valore della produzione vegetale produzione dell’area, la zootecnia il 16,4% e le attività di supporto il 15,2%. I comparti più
significativi sono le coltivazioni erbacee, il 48% delle quali è nel Mezzogiorno, la filiera del grano duro, le coltivazioni legnose, la filiera degli agrumi, quella dell’olio d’oliva e quella del vino. Il Sud fornisce la quasi totalità della produzione nazionale di agrumi (99,9%) e una quota rilevante della produzione olivicola e orticola, ma anche vitivinicola e cerealicola. Il 2015 è stato un anno positivo per le produzioni di legumi del Mezzogiorno, cresciute del 4,9% rispetto al 2014, e per i cereali (+4,1%). Per aumentare la competitività del settore agrumicolo bisogna modernizzare le aziende, rinnovare le varietà coltivate, investire nella commercializzazione e nel marketing. Nel settore vitivinicolo, mediamente il ricavo dei vigneti del Sud è inferiore a quello delle regioni settentrionali e particolarmente penalizzata è la Sicilia. Gli addetti meridionali all’agroalimentare sono il 16% del totale italiano, e le unità locali meno del 25%. Al Sud l’agroalimentare è forte soprattutto in Campania, ma anche, pur se in misura inferiore, in Abruzzo, Puglia (olio) e Sicilia (agrumi e vino).

(adsbygoogle = window.adsbygoogle || []).push({});

Per lo Svimez la Sicilia cresce il doppio rispetto al resto del Paese

“Nel 2015 in Sicilia la crescita del Pil è stata del +1,5 per cento, quasi doppia rispetto alla media nazionale e la più accentuata tra le grandi regioni del Sud”. A dirlo è stato il direttore dello Svimez, Riccardo Padovani, durante il suo intervento al convegno ‘La Sicilia e il Mezzogiorno tra ripartenza e persistenti criticità’, in corso allo Steri di Palermo nell’ambito de ‘Le Giornate dell’Economia del Mezzogiorno’.   Decisiva per realizzare una performance positiva del prodotto della Regione è stata l’occupazione. “Lo scorso anno – ha spiegato Padovani – è aumentata del 2,3 per cento, in misura più intensa rispetto al dato medio assai positivo del Mezzogiorno (+1,6 per cento) e di tre volte maggiore rispetto al +0,8 per cento della media nazionale”.

var obj_4w = obj_4w || []; obj_4w.push({'cid':'4w_238216_417612508', 'ic':"238216;110950;80350;0", 'format':'4W-IN'}); https://static.4wnetwork.com/js/sdk.min.js

“Il 2015 è stato un anno per certi versi eccezionale per il Mezzogiorno – ha concluso Padovani – Non solo perché ha interrotto una serie consecutiva di cali del prodotto che durava da sette anni, ma anche perché ha realizzato una crescita maggiore di quella del Centro Nord. Secondo le nostre valutazioni di preconsuntivo, il Pil è cresciuto nel Sud dell’1 per cento rispetto al resto del Paese, dove la crescita dello 0,7 per cento”.

Il governatore Rosario Crocetta è soddisfatto: “Siamo in forte crescita non solo sul Pil, superiore alla media italiana del doppio, ma anche sul fronte dell’occupazione con un più 2,3 per cento, tre volte più della media nazionale. “Quelli che pretendono di darci lezioni da tutte le parti, dall’Anci al governo nazionale, devono prendere atto che questo esecutivo ha accelerato la spesa, ha fatto gli investimenti, fa crescere l’Isola pur avendo ereditato una situazione disastrosa e mette fine agli sprechi sulla spesa corrente. La narrazione della Sicilia che leggiamo sui giornali non corrisponde assolutamente ai dati – aggiunge -. Abbiamo il doppio del Pil rispetto al resto d’Italia, l’1,5 per cento, un terzo dell’occupazione in più, tagli agli sprechi del 35 per cento rispetto a una media nazionale del 3 per cento e dei Comuni che fanno il 7,4 per cento”.

Ma non tutto è rosa.  Secondo i dati dello Svimez nell’Isola vicono 511 mila Neet, giovani under 34 che non studiano né lavorano. Numeri che fanno della Sicilia la capitale europea dei Neet. Negli ultimi dodici anni i siciliani emigrati altrove sono stati 418 mila, e soltanto nell’ultimo anno si è registrato un aumento del 10 per cento dei siciliani che hanno trovato lavoro fuori dalla regione. Un dramma generazionale, insomma. L’occupazione cresce nel 2016 dove si registrano 24 mila posto di lavoro in più tutti nel settore del commercio e del turismo: ma si tratta di occupazione a basso valore aggiunto e instabile. La Sicilia rimane sotto la media per il numero di nuovi nati e crescono le fasce a rischio povertà.

Credito, Svimez: si aggravano sofferenze nelle aree meridionali

Si aggravano le sofferenze nelle aree meridionali: 42 miliardi e mezzo solo nel Mezzogiorno. Lo rivela un articolo sull’ultimo numero della Rivista Economica del Mezzogiorno, diretta da Riccardo Padovani ed edita dalla SVIMEZ, intitolato “Politica monetaria, credito e squilibri territoriali in Europa”, di L.Giordano (Consob) e Antonio Lopes (Università di Napoli “L’Orientale”).

var obj_4w = obj_4w || []; obj_4w.push({'cid':'4w_238216_417612508', 'ic':"238216;110950;80350;0", 'format':'4W-IN'}); https://static.4wnetwork.com/js/sdk.min.js

Nell’economia italiana, a seguito del deterioramento del quadro macroeconomico, attualmente l’ammontare dei crediti in sofferenza si avvicina ai 200 miliardi di euro, di cui 42,5 al Mezzogiorno e 144,5 al Centro-Nord; inoltre l’ammontare di crediti deteriorati per due terzi è in capo ai primi cinque gruppi bancari e per oltre il 70% è riferito a fidi di importo sopra i 500.000 euro che interessano solo il 5% degli affidati; tenuto conto della concentrazione dei crediti in sofferenza presso i grandi istituti di credito e nei confronti di imprese di dimensione grande e media, si deve rilevare, da un lato un problema di capacità da parte degli intermediari finanziari di allocare efficientemente il credito attraverso un’adeguata valutazione del merito creditizio e, dall’altro, un elemento di instabilità che potenzialmente potrebbe avere ripercussioni sistemiche se non affrontato con la necessaria determinazione.

Questi problemi strutturali dell’economia italiana si sono accentuati con la crisi, con la conseguenza di una accresciuta difficoltà per le imprese minori di accedere al credito bancario. A tale riguardo, nel 2015 si registra al Sud una contrazione complessiva degli impieghi (-0,1%) rispetto all’anno precedente inferiore a quella registrata nel resto del paese (-0,3%). La più intensa contrazione riscontrata nelle regioni centro-settentrionali è riconducibile alla presenza di persistenti e più selettivi criteri di valutazione del merito creditizio nelle regioni meridionali e al parziale disimpegno delle banche dall’attività creditizia tradizionale nelle aree più sviluppate del paese.

 

Infatti, nel Mezzogiorno le banche possono ridurre in modo meno intenso la concessione di finanziamenti ad una platea di imprese già molto più selezionata e ridotta di quanto non avvenga in altre aree del Paese, tuttavia al Sud la possibilità di espansione del credito è molto più limitata di quanto non avvenga altrove.

 

A tale riguardo, se si analizza la dinamica degli impieghi secondo la dimensione delle banche che li erogano, nel triennio 2013-2015 nel Mezzogiorno i primi cinque gruppi bancari e le grandi banche hanno ridotto gli impieghi rispettivamente del 4,8% e del 4,7% mentre le banche piccole e minori li hanno incrementati rispettivamente dell’1,5% e del 2,3%, a differenza di quanto è avvenuto nel resto del paese, dove la riduzione degli impieghi ha interessato tutte le classi dimensionali degli istituti di credito. Tale risultato si traduce, comunque, nella completa esclusione di un segmento non trascurabile di imprese minori che trova maggiore difficoltà ad interagire con la grande banca e deve ricercare un interlocutore più attento nelle residue banche locali di dimensioni ridotte che ancora operano nelle regioni meridionali, sulle quali, tuttavia, ricade in misura relativamente maggiore rispetto al resto del paese il peso dei crediti in sofferenza.

 

A seguito del permanere di un quadro macroeconomico comunque molto incerto, nonostante timidi segnali di ripresa, i crediti in sofferenza, come già rilevato, sono ingenti: nel triennio 2013-2015 le sofferenze incidono per oltre il 33% dei crediti concessi alle imprese manifatturiere meridionali contro il 17% rilevato per le imprese manifatturiere localizzate altrove; per il settore delle costruzioni il dato è ancora più preoccupante: 38% al Sud contro il 27% nel centro-nord.

 

I vincoli finanziari diventano più stringenti, fino a determinare situazioni di estrema problematicità specie per le imprese operanti in contesti territoriali ed istituzionali più fragili, esposte pertanto a rischi sistemici maggiori, come nel caso del Mezzogiorno; non sorprende che il differenziale dei tassi di interesse sia nel 2015 di oltre il 40% a sfavore delle regioni meridionali.

Differenziale dei tassi attivi sui finanziamenti per cassa (valori percentuali)
Anno (Finanziamenti oltre l’anno e inferiori ai cinque anni)
  Centro-nord Mezzogiorno Italia (MZ – CN)/Italia *100
2007 5,75 6,79 5,44 19,03
2008 5,20 6,27 5,13 20,76
2009 2,98 4,29 3,08 42,48
2010 3,25 4,48 3,06 40,03
2011 3,94 5,64 3,86 43,96
2012 4,10 6,42 4,10 56,46
2013 4,22 6,04 4,38 41,48
2014 3,02 4,00 3,12 31,41
2015 2,75 3,87 2,78 40,17
Fonte: elaborazioni su dati Banca d’Italia.    

 

Per la Svimez cresce il Sud e tutta la Sicilia: +1,5% nel 2015. I dati

La Sicilia finalmente torna a crescere. Il  2015 è stato un anno “eccezionale per il Mezzogiorno”: ha interrotto sette anni di cali del prodotto e “ha realizzato una crescita maggiore di quella del Centro-Nord”, il +1% contro il +0,7%. Lo afferma lo Svimez nelle anticipazioni del rapporto 2016.Purtroppo le condizioni che hanno portato a questi risultati appaiono difficilmente ripetibili nei prossimi anni”, per l’associazione che prevede nel 2016 una crescita del Pil italiano dello 0,8%, come nel 2015, con il Sud che frena al +0,3% e il Nord che accelera al +0,9%.

var obj_4w = obj_4w || []; obj_4w.push({'cid':'4w_238216_417612508', 'ic':"238216;110950;80350;0", 'format':'4W-IN'}); https://static.4wnetwork.com/js/sdk.min.js

Svimez nelle anticipazioni del Rapporto 2016 indica che la Basilicata, grazie soprattutto all’automotive, ha il ritmo più intenso di crescita (+5,5%). il Molise registra +2,9%, l’Abruzzo +2,5% sulla spinta dell’industria, la Sicilia e la Calabria, per l’eccezionale performance dell’agricoltura, crescono rispettivamente dell’1,5% e dell’1,1%. Molto più contenuta (solo lo 0,2%) è la partecipazione alla ripresa di Campania, Puglia e Sardegna, per la presenza di alcune crisi industriali. “L’apparato produttivo meridionale sopravvissuto alla crisi sembra essere in condizioni di restare agganciato allo sviluppo del resto del Paese e manifesta una capacità di resilienza”, commenta l’associazione che nel Mezzogiorno “rileva la presenza di un gruppo di imprese dinamiche, innovative, con un grado elevato di apertura internazionale e inserite nelle catene globali del valore”.

Un 2015, tra l’altro, che non è riuscito a recuperare tutto ciò che il Sud ha perso in questi anni di crisi. Il risultato del 2015, “ha solo in misura molto parziale ridotto il depauperamento delle risorse del Mezzogiorno e il suo potenziale produttivo causato dalla crisi”, dal 2007 il Pil nel Sud si è ridotto del -12,3%, quasi il doppio della flessione registrata nel Centro-Nord (-7,1%). Non sarà quindi – afferma Svimez – solo un anno positivo dopo sette di continue flessioni a disancorare il Mezzogiorno da questa spirale di bassa produttività, bassa crescita, e quindi minore benessere”.

Del resto la crescita del prodotto nelle regioni del Sud ha beneficiato nel 2015 di alcune condizioni peculiari: l’annata agraria particolarmente favorevole, la crescita del valore aggiunto nel turismo, “che ha beneficiato anche del crollo del turismo nella sponda Sud del Mediterraneo” per gli attentati terroristici, che ha prodotto una crescita dell’occupazione nei due settori: in agricoltura (+5,5%) e nel turismo (+8,6%). Ma per il Sud e la Sicilia ci sono altri due dati preoccupanti. Pur con la crescita di Pil e occupazione i consumi sono aumentati in misura molto minore e nel mondo del lavoro con la crisi del manifatturiero si è assistito al fenomeno della “crescita senza industria” e ad un “downgrading” una dequalificazione delle professioni. In pratica gli occupati fanno lavori a bassa specializzazione, di basso livello e ciò incide anche nel livello di retribuzione.

CISL. “I dati positivi sulla crescita economica del Mezzogiorno dopo tanti anni di crisi, sono senz’altro una buona notizia per il Sud e il Paese. Ma non c’è bisogno d’essere gufi per sapere che la strada del rilancio è ancora lunga e impegnativa”. A dirlo Giuseppe Farina, segretario confederale Cisl, commentando le anticipazioni della Svimez sul Rapporto 2016. A fargli eco Mimmo Milazzo, segretario della Cisl Sicilia, per il quale “la recessione sarà finita come dice Svimez ma a noi tocca, quotidianamente, fare i conti con famiglie che non smettono di stringere la cinghia e imprese che continuano a rinviare i piani d’investimento”. Per non dire, aggiunge, del gap infrastrutturale che frena l’Isola come un’ipoteca. Per Farina il Mezzogiorno per ripartire avrebbe bisogno di una “crescita doppia per almeno i prossimi cinque anni”. Ma Milazzo: “come potrebbe la Sicilia – si chiede – marciare a ritmi doppi se, stando alla stessa Svimez, fatto cento il dato infrastrutturale nazionale ha, per esempio, una rete ferroviaria elettrificata pari a 80 e alta velocità uguale a zero?”. Inoltre, c’è “l’impoverimento di intelligenze e forza lavoro spesso qualificata per la fuga dalla regione di ben 250 mila giovani ogni anno”, aggiunge il segretario. Così, se per Farina il futuro del Sud passa dal “rafforzamento delle filiere manifatturiere e della capacità attrattiva di investitori esteri”, per Milazzo la Sicilia deve fare i conti con la “ancora insufficiente qualità di spesa dei fondi Ue e, più in generale, col fallimento della politica e dell’azione di governo”. Tanto che, rimarca il numero uno della Cisl Sicilia, “ci vorrebbe una task force regionale per spendere le risorse disponibili e far partire i progetti esecutivi”. “La recessione si sarà pure fermata – commenta il segretario siciliano – ma da qui al recupero il passo non è affatto breve”.

Per le imprese la Sicilia non è attrattiva. I dati dello Svimez

Con un punteggio superiore a 4 su 5 è la Lombardia la regione preferita dagli imprenditori italiani per insediare nuove imprese, seguita da Emilia Romagna (3,92), Veneto (3,86), Piemonte (3,58). Abruzzo (2,59) e Puglia (2,47) in testa alle regioni del Sud, Calabria in coda (1,73) e vicina, nelle quote basse, c’e’ la Sicilia (1,99). Gli industriali italiani continuano a percepire il Mezzogiorno e l’Isola come aree piu’ arretrate di quanto non sia in realta’ e lamentano soprattutto la carenza di servizi di trasporto e la presenza della criminalita’ quali fattori che inibiscono dall’insediare imprese. Sono solo alcuni dei dati emersi dallo studio “L’attrattivita’ percepita di regioni e province del Mezzogiorno per gli investimenti produttivi” di Dario Musolino, pubblicato sull’ultimo numero della Rivista Economica del Mezzogiorno, trimestrale della Svimez diretto da Riccardo Padovani ed edito da Il Mulino. Condotto su un campione di 225 imprese con sede in Italia, di diversi settori merceologici e almeno 20 addetti, lo studio si propone di analizzare in quali regioni e province italiane gli imprenditori preferiscano insediare un’azienda, e per quali motivi. Con un punteggio superiore a 4, dunque, e’ la Lombardia la regione preferita dagli imprenditori italiani, seguita da Emilia Romagna (3,92), Veneto (3,86), Piemonte (3,58), Toscana (3,37), Trentino Alto Adige (3,34). Decisamente diversi i valori nelle regioni del Sud: se Abruzzo e Puglia si collocano a meta’ della forbice con valori attorno al 2,5 (Abruzzo 2,59; Puglia 2,47) e Basilicata e Molise superano anche se di poco il 2 (Basilicata 2,06; Molise 2,18) le altre si trovano sotto tale soglia psicologica. Campania e Sicilia sono infatti quasi allineate rispettivamente sull’1,98 e 1,99, la Sardegna si ferma a 1,88. In fondo alla classifica la Calabria, con il punteggio di 1,73. In Sicilia, Catania supera Palermo di poco (2,05 contro 2), mentre Napoli si colloca gia’ sotto la soglia psicologica del 2 con un punteggio di 1,98, quasi allineata con Salerno (1,97). Andando a sfaccettare meglio le diverse tipologie d’imprenditori coinvolti (piccole o grandi imprese, imprese del manifatturiero o dei servizi, imprenditori giovani o anziani, con livello di istruzione differente) il risultato non cambia: tutti valutano in modo negativo l’attrattivita’ delle regioni meridionali. Inoltre, anche se gli imprenditori meridionali assegnano punteggi piu’ alti di quelli settentrionali alle regioni del Sud, visto che ci risiedono e lavorano, comunque la gerarchia Centro-Nord e Sud in fatto di attrattivita’ rimane immutata.

var obj_4w = obj_4w || []; obj_4w.push({'cid':'4w_238216_417612508', 'ic':"238216;110950;80350;0", 'format':'4W-IN'}); https://static.4wnetwork.com/js/sdk.min.js

Interessante inoltre l’analisi che mette a confronto il divario percepito dagli imprenditori a livello soggettivo con quello reale certificato ad esempio dal livello del Pil procapite nelle varie regioni. In Italia, dove se il divario reale e’ pari a 2, quello di percezione sale a 2,34. Secondo 1 su 4 degli imprenditori intervistati il problema maggiore viene dalla carenza di infrastrutture di trasporto e logistica, quindi dalla scarsa accessibilita’ del territorio meridionale (26,4%), seguito dalla poverta’ del tessuto produttivo (presenza di clienti, fornitori, altre imprese: 21,3%). Pesa fortemente anche la presenza della criminalita’ organizzata (13%). Da rilevare che l’inefficienza della Pa, un problema notevole, viene segnalato come tale al Sud soltanto dal 3,5% degli imprenditori. Nella percezione degli imprenditori il Sud si presenta come un blocco monolitico tendenzialmente uniforme e ostile all’attrarre nuove imprese: “L’esistenza di tanti, molteplici, Sud, differentemente attrattivi, si legge nello studio, non e’ contemplata. In altre parole, per le imprese del Paese gli svantaggi localizzativi nel Mezzogiorno non presentano differenziazioni, diverse gradazioni, territoriali”. “Questa macroregione, si legge nello studio, non e’ conosciuta a sufficienza nelle sue varie e diverse realta’ territoriali” e anche la non conoscenza pare frutto di un disinteresse aprioristico verso l’area, di una serie di cliche’ che fanno fatica a essere estirpati. Politiche di investimento in infrastrutture di trasporto, politiche industriali e campagne specifiche di comunicazione sull’area sono, secondo lo studio, gli strumenti necessari ad aggredire la scarsa attrattivita’ del Sud. In particolare, servono azioni “nel trasporto ferroviario, nella portualita’, nell’intermodalita’ e nelle piattaforme logistiche” sia per potenziare l’accessibilita’ del Sud dall’esterno che favorire la mobilita’ interna integrando a sistema le reti di trasporto meridionali. Per impedire la desertificazione industriale servono misure a sostegno delle imprese e azioni specifiche anticriminalita’. Inoltre, conclude lo studio, “strategie di comunicazione e promozione, a livello centrale e locale, che consentano di scardinare la cappa mediatica che oggi tende a mettere tutto il Sud sotto un unico cappello”.